sabato 28 novembre 2015

Deciders si piega ai Deciders!

Da oggi troverete  una pagina Facebook dedicata a Deciders e alle mie attività di docente di Marketing e nuovi media presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II".
Buona lettura.

venerdì 20 novembre 2015

Di cosa parliamo oggi alla presentazione di Deciders.

Oggi alle 18, presso la Sala delle Colonne del Museo Madre di Napoli, ci sarà la prima presentazione al pubblico della mia monografia Deciders. Chi decide sulla rete.
Un saggio sociologico sull’impatto di Facebook, Twitter, Google sul funzionamento della sfera pubblica e sulle prospettive di regolamentazione della Rete, che sarà certamente lo spunto per una stimolante discussione su temi di attualità insieme a Francesco Pinto, direttore del Centro di Produzione RAI di Napoli, già direttore di Rai Tre e docente universitario, di recente romanziere di successo (La strada dritta e Il lancio perfetto), e Claudio Velardi, giornalista, consulente politico, formatore e fondatore della più nota società di lobbying italiana, Reti.
Nel corso della presentazione, non potremmo non citare Laura Boldrini, presidente della Camera molto attiva sui temi del web 2.0, ma anche protagonista/vittima di attacchi di odio sulla rete; James Foley, il primo occidentale giustiziato dall’ISIS, delle cui immagini di morte si è discusso molto su Twitter e Facebook; Mario Costeja Gonzalez, grazie alla cui azione giudiziaria finita dinanzi alla Corte di Giustizia Europea tutti i cittadini europei possono chiedere a Google la rimozione di notizie non più attuali tra i risultati del motore di ricerca.
Ma parleremo anche di Enrico Schettino, protagonista di un fortunato video Facebook sulle bellezze di Napoli in canoa a novembre, dei vomeresi intervistati da La7 che hanno scatenato reazioni e dibattiti in rete, dei tweet di Antonio Bassolino, (nuovamente?) candidato sindaco in pectore al Comune di Napoli, ma anche delle minacce e delle offese sulla bacheca Facebook di Nello Mormile, il ragazzo che ha guidato a luglio contromano in Tangenziale, e del Joker tatuato sul braccio di Lino Sibillo, leader della paranza dei bambini di Forcella, ritratto con il sorriso sulle labbra su Facebook subito dopo il suo arresto. E infine non potrà mancare un accenno ai recenti hashtag di Twitter #ParisAttacks e #porteouverte, ed alla bandiera francese di sfondo ai nostri profili social.

Ci chiederemo in sostanza quale sia il ruolo delle grandi multinazionali del web 2.0 nel governare questi fenomeni; cosa significa hate speech, inteso come nuova forma di politicità e socialità online; come si possa risolvere la dialettica tra memoria (intesa come costruzione sociale e guida dell’esperienza umana postmoderna) ed oblio in rete; quali sono gli spazi di intervento delle istituzionali nazionali e sovranazionali su questi fenomeni; infine, quale impatto hanno tutti questi aspetti nella nostra vita quotidiana, e soprattutto nella nostra formazione di cittadini facenti parte dell’opinione pubblica glocalizzata.

giovedì 19 novembre 2015

#Parisattacks: problematiche aperte in Rete dopo il 13 novembre 2015.

Se la televisione aveva dominato la scena del racconto (o forse si poteva chiamare già allora storytelling?) della tragedia delle Torri Gemelle, quattordici anni dopo sono i social network l’arena di discussione e la fonte di informazione principale degli attacchi terroristici rivendicati dall’ISIS a Parigi.
Twitter ha fornito un racconto degli eventi generato dai suoi stessi utenti coinvolti tra gli spari del Bataclàn e dello Stade de France, e veicolato dall’hashtag #Parisattacks, dando inoltre prova delle notevoli potenzialità in ottica citizen journalism della neonata applicazione per la pubblicazione di video in diretta Periscope. Sulla nota piattaforma di microblogging, inoltre, hashtag come #porteouverte e #RechercheParis hanno dato a molte persone per strada nella notte parigina la possibilità di trovare un posto sicuro per rifugiarsi, o hanno permesso a parenti e amici degli spettatori del Bataclàn di avere notizie dei propri cari.
Facebook, invece, si è distinto, dal giorno successivo ai fatti di Parigi, soprattutto per l’implementazione della funzione safety check, già usata per recenti catastrofi naturali, che ha permesso agli utenti di sapere che i loro conoscenti, a Parigi per lavoro, studio o vacanze, stessero bene, e per la bandiera francese proposta come sfondo dell’immagine profilo, riprendendo l’esperimento della bandiera della pace seguito alla storica sentenza della Corte Suprema USA sui matrimoni gay. In entrambi i casi, dietro finalità di condivisione e socializzazione, è inutile negare l’esigenza di una multinazionale di profilare gusti e comportamenti dei suoi utenti ai fini dello sviluppo dei suoi prodotti e di accordi pubblicitari.
Come sempre, però, Facebook e Twitter sono stati anche luogo di discussioni aspre e violente tra gli utenti, ormai comunemente etichettate come hate speech, termine di origine statunitense che indica un genere di parole e discorsi che non hanno altra funzione a parte quella di esprimere odio e intolleranza verso una persona o un gruppo.
Un discorso di odio online che, mai come in questi casi, non è lontano dai toni usati dai soggetti politici (si pensi ai tweet e alle dichiarazioni del segretario della Lega Nord Matteo Salvini) o dai talk messi in scena dall’infotainment televisivo di Barbara D’Urso, contro la quale si è schierato (ovviamente a mezzo Twitter) persino un parlamentare di centrodestra come Paolo Romani, scatenando un significativo cortocircuito tra dibattito politico, mediatico e social sui temi del terrorismo di matrice islamica.
In generale, sembra, ad una prima impressione, che la narrazione dei fatti di Parigi veicolata dal sistema comunicativo ibrido, in cui un tweet di un utente rimbalza in diretta televisiva, un programma televisivo viene impetuosamente discusso su Facebook (come spesso accade di recente) e la dichiarazione di un ex Ministro della Repubblica si perde tra le tante bandiere francesi veicolate dai social media, abbia certamente permesso, in una fase iniziale, una notevole dose di empatia e di coinvolgimento del pubblico anche meno attento alla politica internazionale.

A distanza di una settimana, però, emozioni e terrore non sono ancora stati sostituiti da comprensione e interpretazione delle delicate vicende in corso, e rimane, nell’arena (sempre meno) virtuale, una situazione di difficile convivenza tra folle polarizzate (interventisti vs pacificisti, estremisti delle frontiere chiuse vs multiculturalisti ad oltranza), le cui differenze sono rafforzate dai filtri dei social network, sempre ripiegati su criteri di omofilia e condivisione di notizie e opinioni di amici virtuali, in cui difficilmente trova spazio l’espressione di punti di vista critici o alternativi, o anche solo più concilianti e moderati, che vengono risucchiati, online come offline, dalla spirale del silenzio che avvolge sempre più la formazione dell’opinione pubblica.

mercoledì 18 novembre 2015

Deciders al Madre

Venerdì 20 novembre, ore 18:00
Presentazione del libro “Deciders. chi decide sulla Rete” di Francesco Marrazzo, in conversazione con Francesco Pinto e Claudio Velardi
Museo MADRE, via Settembrini 79, Napoli (Sala delle Colonne, primo piano)
Venerdì 20 novembre, alle ore 18:00, nella Sala delle Colonne del museo MADRE (primo piano), si terrà la presentazione del libro di Francesco Marrazzo, sociologo della comunicazione e dottore di ricerca e docente presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, “Deciders. Chi decide sulla rete” (Dante&Descartes, 2015). Il libro esplora il ruolo che i grandi attori economici del Web 2.0 (Google, Facebook, Twitter) rivestono nella sfera pubblica e nella regolamentazione di Internet. Dopo un saluto del direttore del MADRE, Andrea Viliani, parleranno con l'autore di questi temi – di assoluta rilevanza per tutti noi, ormai cittadini digitali – Francesco Pinto, direttore del Centro di Produzione RAI di Napoli e Claudio Velardi, esperto di comunicazione e fondatore di Reti, società di lobbying, media e public affairs.
Qui il comunicato stampa dell'evento.

martedì 10 novembre 2015

In canoa a novembre a Napoli, ovvero del native advertising.

Il video pubblicato sulla propria pagina Facebook dal napoletano Enrico Schettino, che dalla sua canoa immersa nel Golfo con vista su Vesuvio e Castel dell’Ovo ironizza sulla “città indecente” descritta da Massimo Giletti, invitandolo a fare un bagno nelle acque partenopee anche nel mese di novembre, ha raggiunto da poche ore le 100mila visualizzazioni.
Come spesso accade a contenuti virali su Facebook, originati da utenti o da attori mediali (vedi qui), il video del giovane imprenditore napoletano, noto per aver creato il franchising di cucina giapponese Giappo, attivo soprattutto a Napoli e provincia, ha scatenato molte polemiche e discussioni nell’arena virtuale. La sua popolarità è, fra l’altro, temporalmente coincisa con le dichiarazioni dell’artista biellese Michelangelo Pistoletto, che ha posto addirittura Napoli moralmente al di sopra della presunta capitale italiana Milano, perché qui non sarebbero state mai vandalizzate le sue opere, come invece è successo nel capoluogo lombardo.
Ovvio che la compresenza di discorsi di senso completamente opposto sulla stessa città dovrebbe far capire ad ognuno di noi che generalizzare sul capitale sociale di un popolo è esercizio complesso e pertanto da evitare, come ricorda in un recente articolo sul Mattino lo storico Isaia Sales, che, a mò di esempio, cita i cambiamenti avvenuti nella percezione collettiva della Polonia e dei suoi abitanti nel giro di pochi anni.
Né tantomeno sarebbe opportuno interpretare le dichiarazioni di Schettino, e il successo che le stesse hanno riscosso sul più popolare social network in Italia e nel Mondo, solamente come il solito disperato attaccamento dei napoletani alla propria terra, che si esplica in attacchi di sprezzante ironia nei confronti di chi osa pubblicamente condannarla.

Anche perché, probabilmente, dietro la diffusione virale del video, potrebbe nascondersi un’operazione di native advertising per promuovere i raffinati sushi bar di Giappo. Se uno degli obiettivi della nuova tecnica promozionale è quello di condurre il potenziale cliente nell’esperienza e nel contesto generato dal brand e dai prodotti che esso rappresenta, non c’è nulla di meglio che esaltare le bellezze naturali e il favor climatico di cui gode Napoli, per attrarre quel target giovane e cosmopolita che da sempre popola i locali di Giappo nel cuore della movida di Chiaia. Non resta che aspettare le evoluzioni della social reputation di Schettino per una conferma!

sabato 7 novembre 2015

L’occhio di Joker, la baby Gomorra e la necessità della digital literacy.

4 novembre 2015. Pasquale “Lino” Sibillo, giovanissimo boss della paranza dei bambini di Forcella, viene arrestato in Umbria, dov’era latitante. La polizia arriva a lui grazie ad un evidente tatuaggio sul braccio, che ritrae la maschera di Joker, in un ghigno che ricorda la magistrale interpretazione di Jack Nicholson nel Batman diretto da Tim Burton.
Proprio quella pellicola ha evidentemente suggerito, quasi dieci anni fa, ad Alberto Abruzzese, tra i più noti e discussi sociologi della comunicazione europei, il titolo per una collezione di saggi, intitolata appunto “L’Occhio di Joker”, in cui si ripercorrono trent’anni di ricerca sul rapporto tra cinema e modernità. In quel volume, in primo piano, fra i temi soliti della sua attività di studioso e ricercatore non comune (la relazione tra forme estetiche e società di massa, il rapporto dei media con la nascita della metropoli e l’evoluzione dell’industria, ecc.), Abruzzese si sofferma, proprio nelle prime pagine, sul tema della formazione (termine con cui ci si riferisce all’intera sfera dell’educazione, della socializzazione dell’individuo), che a suo parere si trova ormai definitivamente nelle mani non più della scuola, ma prima di tutto della televisione, di internet, delle forme che la pubblicità produce e esprime.
Prima di gridare al lupo per la proliferazione di immagini e personaggi criminali recentemente proposta sui multischermi dei giovani italiani (cinema, tv, pc, tablet, a seconda di formato e modalità di distribuzione del prodotto, e delle vie legali o illegali per fruirne), con serie quali Gomorra e Romanzo Criminale e film come Suburra (destinato a dar vita alla prima serie tv italiana Over-the-Top grazie al triplice accordo Cattleya-Rai-Netflix), occorre prendere come riferimento le maggiori evidenze della ricerca empirica su usi e consumi dei media, che, sin dalle pioneristiche ricerche su violenza televisiva e minori condotte dal gruppo di studiosi di George Gerbner (padre della nota cultivation theory), punta l’attenzione, in maniera più o meno sfumata, sulle precondizioni sociali e culturali di chi si espone ai messaggi mediatici. Precondizioni, che, evidentemente, nel caso dei giovanissimi boss che stanno rivoluzionando il panorama della criminalità organizzata di Napoli e provincia, contano più delle serie televisive di tendenza.

D’altro canto, però, non può sfuggire come, nell’era delle comunicazioni digitali e della società networked, lo sviluppo di competenze etiche e relazionali passi sempre più attraverso la dimensione dei social network e della digital life, che per gli adolescenti di oggi coesiste a pieno titolo con la vita reale, senza nessun bisogno di separazione netta tra le due sfere (come evidenziano ad esempio recenti ricerche su amore e amicizia tra i tweens americani pubblicate dal Pew Research Center). In tal senso, piuttosto che soffermarsi sulla presunta pericolosità di serie e personaggi mediatici, di cui la maggior parte dei giovanissimi emulano look (il taglio iper-sfumato di Salvo Esposito - Genny Savastano in Gomorra) e parlato (come dimostrato dai Jackal ne “Gli effetti di Gomorra sulla gente”), più che azioni criminali, sarebbe il caso che istituzioni, imprenditori, politici e agenzie formative tradizionali (scuola e università) inseriscano, tra le loro preoccupazioni, quella di intraprendere un serio percorso di educazione alla digital literacy – che secondo la studiosa Monica Murero è “la capacità di utilizzare con consapevolezza, disinvoltura e senso critico i media digitali conoscendone linguaggi, culture, opportunità, rischi per la privacy e sicurezza dei dati personali” –  per le nuove generazioni. A meno che, sorprendentemente, non se ne occupino gli editori di old media, come alcune recenti dichiarazioni dei nuovi vertici Rai sembrano far sperare!

PS del 9 novembre 2015.
Subito dopo il suo arresto, il giovane boss/Joker Lino Sibillo è stato taggato su Facebook in un selfie scattato insieme ad una parente nella caserma umbra. La solidarietà dimostrata sul social network da amici e parenti (con commenti quali "Comm' si foooort o Sibill'" oppure "O cuggì ti amo. Sempre a testa alta e con il sorriso") ci ricorda ancora una volta che più dell'occhio di Joker, nel combattere la cultura e i valori alla base dell'illegalità, può certamente il panopticon di Zuckerberg. Peccato che le "regole di ingaggio" siano completamente affidate all'arbitrarietà dei deciders rifugiati in quel campus di Menlo Park così lontano dalla Forcella sul cui ingresso è rimasto a sorvegliare solitario il meraviglioso San Gennaro operaio di Jorit Agoch.