Il finanziere francese Xavier
Niel, proprietario di Le Monde, ma anche dei diritti di My Way di Frank Sinatra, e da sempre attivo nel mondo delle
telecomunicazioni francesi, detiene da qualche giorno il 15% delle azioni dell’incumbent e operatore storico nazionale
della telefonia italiana Telecom. Leggendo sui giornali i numerosi ritratti
dell’ex Mr. Minitel e le dichiarazioni interlocutorie del Governo e di altri
attori istituzionali, che tacciono o prendono tempo nonostante l’importanza di
Telecom, proprietario della rete, per il piano di investimenti sulla banda
larga e ultralarga necessario a riportare il Paese in linea con gli obiettivi
dell’Agenda Digitale Europea, nonché per la crescita del Paese e lo sviluppo
del nuovo ecosistema produttivo 4.0, mi sono venute subito in mente due
considerazioni sul sistema globale dei media e sul nostro sistema Paese.
Prima considerazione (che può sembrare una boutade provocatoria ma non lo è). Niel è stato uno dei primi ad
aver intuito, sin dalle chat erotiche proposte sul Minitel francese alla fine
degli anni ‘80, che il sesso poteva diventare un grande driver dello sviluppo delle reti sociali di comunicazione. Dopo la
rivoluzione dell’68, negli anni 2000, la dimensione sessuale viene di nuovo
prepotentemente alla ribalta, così come tutte le istanze soggettive basate sul
corpo: riemerso nella sfera pubblica grazie alla tv commerciale, che antepone
la dimensione corporea ai codici letterari tipici della nascita dell’opinione
pubblica borghese, il corpo (dal punto di vista sessuale, genetico, politico) diventa
il grande protagonista dell’era della comunicazione postumana, o meglio
ultra-umana, in quanto caratterizzata da strumenti di comunicazione in grado di
porsi come mera estensione dell’uomo. Il legame tra sesso e web 2.0, nuovo
luogo (o meglio piattaforma) di elaborazione delle tante sfere pubbliche
multisettoriali, diventa così sempre più consustanziale, tanto che Youtube viene
universalmente considerato la più grande piattaforma di condivisione di video
dopo Youporn (in grado quest’ultima, secondo il sociologo dei media Alberto
Abruzzese, di riportare alla sua natura originaria l’esperienza umana, e anche
per questo perfetta metafora della sempre più prossima resa dei conti tra
conoscenza e persuasione nella civiltà occidentale).
Seconda considerazione. L’ingresso in Telecom da parte di Xavier
Niel segue di pochi mesi l’acquisizione di un pacchetto di azioni pari al 20% della
stessa azienda da parte del colosso internazionale dell’entertainment (tv, tlc,
videogiochi, pubblicità) Vivendi del finanziere bretone Vincent Bollorè. L’investimento
di imprenditoria e finanza francese nelle comunicazioni e nei media – in questo
periodo il terzo “moschiettere dei new
media” Patrick Drahi fa shopping di aziende del settore direttamente negli USA –
rappresenta un fatto assolutamente inedito per il nostro Paese, in cui
storicamente manca la figura dell’editore puro (almeno a livello nazionale) con
tutte le conseguenze nefaste sul pluralismo dell’informazione, tanto di quello
esterno che di quello interno (come evidenza in alcuni suoi scritti
l’economista Michele Polo), e in cui il settore delle telecomunicazioni, tranne
casi illuminati ma sfortunati, è stato sempre visto solo come preda finanziaria
da scalare o porta di ingresso per il salotto buono della finanza.
La comunicazione e i media non
sono mai stati percepiti dai nostri imprenditori come un comparto unitario in
cui investire, se non per attività di promozione e immagine (e forse non è un
caso che l’unico editore nazionale puro, Urbano Cairo, patron di La7 e
importanti periodici popolari, viene dal mondo della pubblicità) o con finalità
sociali, utili al rafforzamento della brand
equity delle più importanti aziende manifatturiere.
A fronte di ciò, non bisogna poi
stupirsi che, per il posizionamento dei temi dei nuovi media, della cultura e
dell’audiovisivo nell’agenda delle public
policies nazionali e locali, così come per il sostegno pubblico (economico,
diretto o indiretto) ai settori della comunicazione, l’Italia si trovi in grave
ritardo rispetto ai principali competitors europei, a partire proprio dalla
Francia di Drahi, Bollorè e Niel.