Dopo il fortunato incontro dello
scorso aprile “Twitto quindi tifo”,
che è stata anche un’originale occasione per discutere della mia prima
monografia Deciders. Chi decide sulla
rete (Dante & Descartes, Napoli 2015), lunedì 4 luglio, alle ore 18.30, torno da IOCISTO per presentare il mio secondo volume, Effetto
Netflix. Il nuovo paradigma televisivo (Egea, Milano 2016), un saggio sulle
nuove frontiere della televisione e della produzione audiovisiva in Rete.
Anche stavolta, d’accordo con i
relatori e con i soci della prima libreria dei cittadini di Napoli, ho deciso
di introdurre nella sala delle presentazioni di IOCISTO un incontro dibattito, che partendo dai temi trattati nel libro, si
concentri su presente e futuro delle
serie tv e l’ho intitolato, con una domanda (quasi) retorica, “Ci sarà Un Posto al Sole per Netflix?”.
Proveranno a rispondere con me a
questa domanda, stimolando anche il dibattito con pubblico, Francesco Pinto, direttore del Centro
di Produzione TV RAI di Napoli, che per primo mi ha spinto a lavorare ad una
pubblicazione su Netflix, e che mi ha seguito attentamente in tutte le fasi
precedenti e successive l’uscita del saggio; Fabio Sabbioni e Paolo
Terracciano, rispettivamente produttore creativo e head writer di Un Posto Al Sole, che hanno accettato
volentieri di portare il punto di vista di chi lavora da anni alla serie al
tavolo di discussione; Sergio Brancato,
sociologo della comunicazione e dei media, professore associato all’Università
degli Studi di Napoli “Federico II”, massimo esperto di serialità audiovisiva.
Ho scelto di presentare Effetto Netflix partendo da Un Posto Al Sole, perché ritengo che la
produzione interamente partenopea sia stata, a metà anni Novanta, l’unico
tentativo di risposta non autoreferenziale della serialità italiana, e in
particolare di quella del broadcaster
di servizio pubblico, alle nuove tendenze dell’audiovisivo contemporaneo. Da
questo punto di vista non è quindi sbagliato ritenere Un Posto Al Sole, considerato troppe volte dalla stampa e dalla
critica uno dei prodotti più tradizionali della fiction televisiva italiana, un punto di svolta nel panorama
dell’audiovisivo italiano, allo stesso modo in cui in questi mesi è stato presentato
l’esordio della piattaforma televisiva on
demand Netflix, che punta ad inserirsi come “tutta un’altra storia” nella tv
italiana. Dall’altro lato, se è vero che Un
Posto Al Sole punta fortemente alla fidelizzazione della community di fan e
appassionati tramite il web e i social, la costruzione, anche narrativa, della
serie presenta molte differenze rispetto ai prodotti fruiti in streaming, in modalità binge watching, su Netflix.
Per cui, sebbene la risposta alla
domanda che intitola il dibattito si debba ritenere probabilmente negativa, non
mancheranno spunti interessanti di confronto tra le due esperienze televisive portate
avanti dalla tv algoritmica di Los Gatos e dalle vicende ambientate nel
condominio di Palazzo Palladini, che da vent’anni riempiono i palinsesti serali
di Rai Tre.
Netflix, a dimostrazione
dell’importanza assunta dalla serialità audiovisiva nell’immaginario
postmoderno, punta decisamente su prodotti classificabili come TV series per arricchire il suo
catalogo. Grazie alla capacità di analisi delle preferenze e delle modalità di
consumo degli abbonati veicolata dal sistema di funzionamento della piattaforma
creata da Reed Hasting, Los Gatos è riuscita negli anni a rafforzare la sua
immagine e il suo posizionamento nell’universo televisivo, dominato da un brand
come HBO, producendo prodotti raffinati e in linea con le esigenze del suo
pubblico come House of Cards, Orange Is The New Black, Narcos, Daredevil. Su queste serie, fra l’altro, Netflix investe molto
anche sul versante promozionale, con un forte impegno sui social media (i vari
profili Facebook e Twitter sono molto apprezzati dagli utenti, anche per l’uso
disinvolto e sapiente delle forme di comunicazione virale, dalle gif ai mash
up, più diffuse sulle piattaforme di social networking), e una notevole
attenzione al mondo tradizionale dell’audiovisivo, testimoniata, lo scorso
anno, dalla presenza al Festival di Cannes, e quest’anno, dai 9 kg di DVD dei Netflix Originals inviati a tutti i
giurati degli Emmy Awards in vista della cerimonia di premiazione di settembre.
Anche per il suo arrivo nei nuovi Paesi, Netflix sta cercando di posizionarsi
con serie originali, come Marseille
in Francia, 3% in Brasile e Suburra in Italia (prodotto in
collaborazione con RAI, e affidato a Cattleya, disponibile sulla piattaforma il
prossimo anno).
D’altronde, se interpretiamo la
domanda di partenza chiedendoci se Netflix avrà “un posto al sole” nella tv
italiana, al momento la risposta non può che essere interlocutoria, visti i
risultati ancora in debole crescita del colosso di Los Gatos nel Belpaese. Quel
che invece è certo è l’insieme di nuove idee, energie e sinergie produttive che
l’arrivo di Netflix ha portato nel sistema audiovisivo e nel mondo televisivo
italiano, servizio pubblico compreso.
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