mercoledì 27 luglio 2016

Quando gli influencers stanno dalla parte sbagliata.

Il termine influencer è ormai di gran moda nel settore delle pubbliche relazioni digitali, tanto da rappresentare ormai un mantra per chi si occupa di online reputation: in questo ambito, si definisce influencer una qualsiasi figura che esercita influenza in virtù della propria visibilità e reputazione, su un determinato pubblico. Il lavoro con gli influencers serve solitamente alle aziende per (ri)posizionare la percezione nei confronti di un marca e a supportare così la solidità del business anche nel medio e lungo termine.
Se inizialmente gli influencers venivano utilizzati soprattutto da imprese interessate a far conoscere i propri marchi e prodotti, in questi ultimi mesi il valore del passaparola mediato da un’opinion leader (già al centro delle ricerche su consumo e comportamento di voto in epoca pre-digitale, realizzate negli anni Quaranta e Cinquanta da Paul Lazarsfeld) è stato scoperto anche da chi promuove cause, idee e campagne politiche (recente la notizia di un tentativo di coinvolgimento di influencers da parte del PD di Matteo Renzi in vista del referendum costituzionale di autunno).
Anche l’ISIS ha scoperto il valore degli online influencers per promuovere la Jihad su scala globale, e non è un caso che i protagonisti di attacchi suicidi diventino subito dei protagonisti della sfera pubblica digitale fondamentalista, originando tentativi di emulazione da parte di followers facilmente suggestionabili. Il ruolo degli influencers che stanno dalla parte sbagliata e degli sprovveduti followers è stato ad esempio molto dibattuto a seguito dei più recenti casi di attacchi di matrice terroristica in Francia e Germania.
Il caso di Monaco di Baviera dimostra però che la rete, da veleno, può facilmente trasformarsi in antidoto contro la degenerazione di episodi isolati in ansia e panico generalizzati.  Su Twitter, ad esempio, la Polizia Tedesca ha potuto informare in maniera corretta e precisa i cittadini e ha trovato una modalità efficace e innovativa per gestire l’ordine pubblico, la cui instabilità sarebbe potuta diventare un ottimo alleato per eventuali emulatori dell’attentatore. Già in occasione degli attacchi di Parigi e Bruxelles, Twitter si era dimostrato un efficace strumento per pratiche di citizen journalism da parte di cittadini inermi scampati alle stragi terroristiche, oppure per permettere agli abitanti delle zone colpite di mostrare la propria disponibilità ad accogliere chi si trovava per strada (con il celebre hashtag #pourteouverte). In questo caso, la Polizia Tedesca non solo si è servita del medium di microblogging per informare e portare ordine, ma ha anche chiesto ai cittadini di Monaco di non postare foto delle vittime appena massacrate, con un’operazione di educazione al corretto uso dei social media che solo una branca del potere statuale può svolgere nel miglior modo.

Il caso di Monaco dimostra quindi che le più importanti piattaforme digitali, sotto accusa oggi per dare troppo spazio alla voce dei cattivi influencers, potranno certamente diventare uno strumento di alfabetizzazione digitale, in particolare nell’era dell’ubiquità dell’immagine e della facile diffusione dei video (che in altri contesti sono ad esempio all’origine di fenomeni di cyberbullismo tra i giovani in età scolare), solo se cederanno parte della sovranità su algoritmi e dati degli utenti ai portatori di interessi collettivi facenti parte dell’apparato statale. 

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