I più recenti sondaggi sulle
intenzioni di voto degli italiani (Istituto Piepoli per ANSA, Euromedia
Research per Ballarò) attestano come ormai il vantaggio del Partito Democratico
nei confronti del Movimento 5 Stelle sia di pochi punti percentuali (4 o 5).
Addirittura, una rilevazione CISE-Sole24Ore segnala che, in caso di ballottaggio,
i 5Stelle batterebbero i Democratici. Proprio traendo spunto da questo
sondaggio, Ilvo Diamanti ha dedicato l’ultimo numero della sua rubrica Mappe su
Repubblica al M5S, che va “preso sul serio” – parole del sociologo veneto di
stanza all’Università di Urbino – inquadrandolo però nella sua nuova natura “ibrida”,
evidenziata da un recente studio in lingua inglese dei politologi Fabio
Bordignon (già autore de “Il partito del capo”) e Luigi Ceccarini (che di
recente ha pubblicato “La cittadinanza online”).
Ripercorriamo i più recenti
passaggi per poter comprendere al meglio le problematiche legate al processo di
ibridazione cui fa riferimento Ilvo Diamanti. Il risultato elettorale del M5S
alle elezioni politiche 2013 (25% circa di preferenze) ha certamente rappresentato
una svolta per la politica in Italia: in quel caso, il web 2.0 si è dimostrato
una componente centrale nella campagna elettorale dei “grillini”, anche
attraverso una narrazione anti-mass media, che ha reso il leader e i candidati
del Movimento i grandi assenti/presenti in tv, in un fenomeno di ibridazione
mediale inedito per il contesto italiano. Questa svolta nelle modalità di
sfruttamento del canale web, da un lato, ha avuto un solido retroterra nella
stagione dei sindaci arancioni e del movimento referendario nel 2011,
dall’altro lato non può però paragonarsi a quanto accaduto negli Stati Uniti
nella prima campagna elettorale di Barack Obama del 2008. Infatti, nel caso Obama
il ruolo svolto dal web assume la connotazione di ente positivo di aggregazione
e community; nel caso M5S e di
Grillo, invece, il ruolo del web 2.0 diviene fondante, al contrario, per la
costruzione di un clima di sfiducia non confinato alle sole istituzioni
rappresentative: una “organizzazione tecnologica della sfiducia” (per citare
Rosanvallon), nata come contro-potere per destabilizzare gli assetti costituiti
(come segnala lucidamente Rosanna De Rosa).
Nelle strategie comunicative
messe in atto dal M5S in quanto a comunicazione interna, il Movimento non si
distanzia in fondo dai partiti più tradizionali; la selezione dei candidati
eletti, la raccolta e trasmissione della domande dei cittadini sono tutte
gestite funzionalmente in maniera molto simile al passato, mutando ovviamente
il canale e sfruttando la Rete: le risorse comunicative di indirizzo politico sono
così gestite in una sorta di “centralismo cybercratico”. Nella comunicazione
esterna, invece, nel corso degli anni il blog di Grillo è diventato, da
principale punto di aggregazione di simpatizzanti e attivisti, l’unico depositario
del verbo del Movimento, e delle sue campagne di opinione contro giornalisti di
parte ed avversari politici. In particolare, nel passaggio tra elezioni
nazionali 2013 ed elezioni europee 2014, nel M5S, a fronte dell’accresciuta
rilevanza, nel dibattito interno e nella comunicazione esterna, di alcuni
personaggi carismatici (Di Battista, Di Maio, Fico), permane, ed anzi si
rafforza, il ruolo del blog di Grillo.
Proprio le elezioni europee 2014 hanno
segnato una prima battuta di arresto nella crescita del Movimento. Accreditato dai
sondaggi di un successo elettorale, che ne avrebbe sancito l’affermazione
definitiva come primo partito nazionale, il M5S, che in campagna elettorale
aveva diffuso viralmente l’hashtag #tantovinciamonoi, si è trovato, nei
risultati finali, nettamente distanziato dal Partito Democratico del premier
Renzi, a causa forse di toni comunicativi troppo esasperati in chiave
antieuropea. Come dimostra una ricerca condotta dal sottoscritto con Auriemma,
Esposito, Iadicicco, Polimene, Punziano e Sarnelli, e di recente pubblicata su
“Sociologia della comunicazione”, il Blog di Beppe Grillo, in tutti i periodi della
campagna elettorale per le Europee analizzati, ha adottato una forte critica
nei confronti dell’UE: in sostanza, il Movimento non ha attuato un cambio di
rotta in vista dell’appuntamento elettorale, restando quindi coerente con il
suo stile comunicativo e le sue strategie linguistiche, seppure differenziate
in base agli autori che veicolano il messaggio (laddove i post del leader
Grillo si sono mostrati più marcatamente e aggressivamente euroscettici).
A seguito della prima delusione
elettorale, il Movimento ha mutato la sua organizzazione interna, con la
nascita del Direttorio composto da Fico, Di Maio, Di Battista, Ruocco e
Sibilia, mentre l’implicita rinuncia alla leadership da parte di Beppe Grillo,
autodefinitosi garante del Movimento, ha dato vita ad una lotta tra i suoi
eredi, che potrebbe alla lunga logorare il movimento, che deve fare i conti,
come tutti i soggetti politici, con la crescente tendenza della democrazia del leader (di cui da anni
scrive il politologo Mauro Calise). Anche le modalità di comunicazione sono
cambiate, con una più massiccia presenza dei membri del Direttorio e di altri
esponenti di punta del gruppo parlamentare nei talk show e nei programmi
televisivi di informazione, in cui portare l’immagine di lotta e di governo del
Movimento.
Nel frattempo, i Cinque Stelle
continuano ad occupare posizioni chiave nelle istituzioni rappresentative, e
guidano alcune importanti città, tra cui Parma e Livorno. Se in Parlamento i
“portavoce” del Movimento si distinguono soprattutto per azioni non
convenzionali di disturbo dei lavori parlamentari e nei consigli regionali
fanno sentire la loro voce anti-casta in maniera a volte fin troppo insistente
(come dimostrano le immagini di una recente seduta del Parlamentino campano),
nel governo delle città (Livorno è il casus
belli per eccellenza) su bilanci, gestione dei rifiuti e società
partecipate spesso i sindaci pentastellati non riescono a trovare sinergie non
solo con la base dei meet up, ma
neppure con gli stessi consiglieri eletti.
Dall’analisi attenta di queste
dinamiche, sembra sempre più evidente che nella partecipazione alla vita delle
istituzioni da parte del Movimento ci sia una forte enfasi sulla
rappresentatività, intesa come presenza e manifestazione, anche in maniera
urlata, delle proprie istanze, e ben poca sulla rappresentanza, ovvero sulla
capacità di inserire nobili intenti e idee innovative nei circuiti decisionali
della democrazia rappresentativa. La recente pubblicità data al caso del
portavoce campano Christian Cerbone, sfrattonato nel corso di una seduta
pubblica del Consiglio Comunale di Pomigliano d’Arco nelle stesse modalità che
coinvolsero l’attuale vicepresidente della Camera Luigi di Maio in un episodio
di sei anni fa, è la dimostrazione della difficoltà del Movimento a compiere
quel passaggio verso una matura concezione della rappresentanza, non legata
alle sole azioni “rappresentative”, che, oggi come allora, continuano ad essere
enfatizzate dai portavoce e dagli attivisti, più dei concreti risultati
politici e amministrativi.
Succede così che sul campo della
trasparenza, dell’innovazione politica, della legalità e della semplificazione
i 5 Stelle vengono talvolta superati persino dagli esponenti più giovani e
dinamici di un Partito Democratico, pur non immune da problemi giudiziari e
questioni morali, soprattutto in periferia, e che le istanze di trasparenza
pentastellate si trasformino rapidamente in pratiche di sousveillance, termine con cui si intende la possibilità di
invertire i termini della sorveglianza tradizionale, e di controllare i più
potenti, in particolare i politici. Pratiche che, però, arricchendosi di vis polemica e utilizzando, in maniera satirica
ed ironica, gli strumenti digitali della creazione di contenuti, rischiano talvolta
di travalicare il confine tra nuove forme di espressione e partecipazione
politica e hate speech online.
La parabola dei “grillini”,
passati dalla rivoluzione alla necessità di ibridarsi e adattarsi al sistema
della democrazia rappresentativa, se da un lato dimostra quanto sia difficile
innovare in politica nell’Italia della burocrazia, dei TAR e del primato
dell’amministrazione sul management della cosa pubblica, d’altro canto
evidenzia come l’adesione ai canoni della rappresentanza, la competenza e la
capacità di saper innovare da dentro il sistema siano elementi fondamentali per
poter affermare un’immagine di compagine governativa, che probabilmente ancora
poco appartiene al Movimento, nonostante quel che (pre)dicono i sondaggi.
D’altronde – è bene ricordarlo – anche
prima delle Europee i sondaggi davano i 5Stelle pronti al sorpasso…e sappiamo
tutti come è andata a finire!