Ieri sera, le due puntate di Don Matteo in onda su RaiUno hanno
fatto registrare, in media, 7 milioni di spettatori, con uno share pari al 28,3%.
Nella prima puntata di questa stagione (la decima), che aveva visto la
partecipazione straordinaria di Belén Rodriguez, gli spettatori avevano
sfiorato la cifra record di 10 milioni (con share al 34%), e le puntate
successive si sono sempre mantenute su cifre pari a 7 o 8mila (con share talvolta
vicini al 40%). Lo spettatore di Don Matteo, che è soprattutto donna
(62%) e over 65 (41%), secondo quanto riportato da Aldo Grasso sul Corriere
della Sera, è abituato ad una scrittura semplice e lineare, completamente
diversa dagli universi narrativi multipli che hanno fatto il successo delle
prime serie cult USA. Lo spettatore
di Rai Uno, che vede Don Matteo in
primis perché trasmesso dalla sua rete di elezione, confida sul fatto che Terence
Hill risolva sempre i casi in cui, in questa versione all’italiana di crime (dove ai detective si
sostituiscono preti o maestre, come in Provaci
ancora prof), si imbatte, storie che avvengono in un contesto di provincia,
quella italiana, in cui, bene e male sono chiari in maniera manichea,
contribuendo ad un’immagine televisiva molto costruita, ma per questo
rassicurante, da cui lo spettatore, magari donna e pensionata, si fa cullare,
se non incantare.
Su Netflix, in questi primi mesi in cui il catalogo è a
disposizione degli utenti italiani, tra le strisce e le raccomandazioni, emerge
un prodotto originale (ovvero non acquistato, ma su cui Netflix ha direttamente
investito), Bloodline, un serial in 13 puntate (tutte disponibili
contemporaneamente, per i maratoneti del binge
viewing), caratterizzato dalla suspense
e soprattutto dal tono cupo con cui viene narrata la vicenda, un dramma a sfondo familiare che si consuma
nel contesto vacanziero, ma chiuso e provinciale, delle Key Islands (Florida).
La trama, che evita ogni incursione nel campo della morale e
dei temi cosiddetti sociali, le modalità di racconto, fatto di complessi
rimandi narrativi, la classificazione, fatta con tag e metadata che inaugurano
una nuova sintassi dei generi (“cupo dramma familiare con suspense ambientato
in Florida” è la definizione proposta da Netflix che si contrappone al generico
“poliziesco” che mal si adatta al Don
Matteo della Rai così come ad alcuni poliziotteschi
di Mediaset), portano lo spettatore in un nuovo mondo, rispetto alla prima
serata generalista della fiction
nazionale, da cui, non a caso, il pubblico giovane e colto sempre più rifugge.
Se per ancora un po’ di anni la Rai di Don Matteo riuscirà comunque ad attrarre ampie fasce della
popolazione italiana, sfruttandone la crescente anzianità, dovuta al calo della
natalità, all’aumento dell’aspettativa di vita, ma anche alla fuga di giovani
cervelli dall’Italia, e la relativa scarsa alfabetizzazione digitale, è in questo
momento di delicata transizione che il pubcaster
non può permettersi di festeggiare questi risultati di audience, che comunque
non possono rappresentare l’unico parametro di valutazione, ormai rifiutato
dagli operatori del web come Netflix e messo un po’ nell’angolo dai nuovi
editori specializzati (Sky in Italia).
In questi anni la RAI si dovrà infatti porre seriamente il
problema di quando tutto questo finirà. Le soluzioni sono ormai note, e già
serpeggiano nelle cronache da Viale Mazzini: prodotti crossmediali, un ruolo di
hub per le online video factories e i relativi format (web series) emergenti, il lancio di un servizio di video on-demand
in abbonamento (SVOD) sul modello Netflix. Quello di cui però queste nuove
piattaforme necessitano adesso è un progetto, organizzativo, culturale e
politico, nel senso più ampio dei tre termini qui usati. Il nuovo management
editoriale e corporate dell’azienda,
un Amministratore Delegato dotato di ampi poteri, le nuove risorse del canone,
e l’occasione del rinnovo della Concessione di pubblico servizio sembrano
essere coincidenze troppo fortunate per poter essere disperse tra veti e
incertezze, lottizzazioni e consorterie tipiche degli ultimi quarant’anni di
servizio pubblico radiotelevisivo.
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