venerdì 4 marzo 2016

In tv Don Matteo, sul tablet Netflix: fino a quando?

Ieri sera, le due puntate di Don Matteo in onda su RaiUno hanno fatto registrare, in media, 7 milioni di spettatori, con uno share pari al 28,3%. Nella prima puntata di questa stagione (la decima), che aveva visto la partecipazione straordinaria di Belén Rodriguez, gli spettatori avevano sfiorato la cifra record di 10 milioni (con share al 34%), e le puntate successive si sono sempre mantenute su cifre pari a 7 o 8mila (con share talvolta vicini al 40%). Lo spettatore di Don Matteo, che è soprattutto donna (62%) e over 65 (41%), secondo quanto riportato da Aldo Grasso sul Corriere della Sera, è abituato ad una scrittura semplice e lineare, completamente diversa dagli universi narrativi multipli che hanno fatto il successo delle prime serie cult USA. Lo spettatore di Rai Uno, che vede Don Matteo in primis perché trasmesso dalla sua rete di elezione, confida sul fatto che Terence Hill risolva sempre i casi in cui, in questa versione all’italiana di crime (dove ai detective si sostituiscono preti o maestre, come in Provaci ancora prof), si imbatte, storie che avvengono in un contesto di provincia, quella italiana, in cui, bene e male sono chiari in maniera manichea, contribuendo ad un’immagine televisiva molto costruita, ma per questo rassicurante, da cui lo spettatore, magari donna e pensionata, si fa cullare, se non incantare.
Su Netflix, in questi primi mesi in cui il catalogo è a disposizione degli utenti italiani, tra le strisce e le raccomandazioni, emerge un prodotto originale (ovvero non acquistato, ma su cui Netflix ha direttamente investito), Bloodline, un serial in 13 puntate (tutte disponibili contemporaneamente, per i maratoneti del binge viewing), caratterizzato dalla suspense e soprattutto dal tono cupo con cui viene narrata la vicenda,  un dramma a sfondo familiare che si consuma nel contesto vacanziero, ma chiuso e provinciale, delle Key Islands (Florida).
La trama, che evita ogni incursione nel campo della morale e dei temi cosiddetti sociali, le modalità di racconto, fatto di complessi rimandi narrativi, la classificazione, fatta con tag e metadata che inaugurano una nuova sintassi dei generi (“cupo dramma familiare con suspense ambientato in Florida” è la definizione proposta da Netflix che si contrappone al generico “poliziesco” che mal si adatta al Don Matteo della Rai così come ad alcuni poliziotteschi di Mediaset), portano lo spettatore in un nuovo mondo, rispetto alla prima serata generalista della fiction nazionale, da cui, non a caso, il pubblico giovane  e colto sempre più rifugge.
Se per ancora un po’ di anni la Rai di Don Matteo riuscirà comunque ad attrarre ampie fasce della popolazione italiana, sfruttandone la crescente anzianità, dovuta al calo della natalità, all’aumento dell’aspettativa di vita, ma anche alla fuga di giovani cervelli dall’Italia, e la relativa scarsa alfabetizzazione digitale, è in questo momento di delicata transizione che il pubcaster non può permettersi di festeggiare questi risultati di audience, che comunque non possono rappresentare l’unico parametro di valutazione, ormai rifiutato dagli operatori del web come Netflix e messo un po’ nell’angolo dai nuovi editori specializzati (Sky in Italia).

In questi anni la RAI si dovrà infatti porre seriamente il problema di quando tutto questo finirà. Le soluzioni sono ormai note, e già serpeggiano nelle cronache da Viale Mazzini: prodotti crossmediali, un ruolo di hub per le online video factories e i relativi format (web series) emergenti, il lancio di un servizio di video on-demand in abbonamento (SVOD) sul modello Netflix. Quello di cui però queste nuove piattaforme necessitano adesso è un progetto, organizzativo, culturale e politico, nel senso più ampio dei tre termini qui usati. Il nuovo management editoriale e corporate dell’azienda, un Amministratore Delegato dotato di ampi poteri, le nuove risorse del canone, e l’occasione del rinnovo della Concessione di pubblico servizio sembrano essere coincidenze troppo fortunate per poter essere disperse tra veti e incertezze, lottizzazioni e consorterie tipiche degli ultimi quarant’anni di servizio pubblico radiotelevisivo.

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