giovedì 24 marzo 2016

La normalizzazione della rete dopo Bruxelles.

Due giorni dopo il doppio attentato di matrice jihadista all’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles, mentre importanti esponenti politici ed istituzionali iniziano ad ammettere candidamente che ci troviamo ad affrontare non una emergenza temporanea ma una situazione “ordinaria” di conflitto, anche gli utenti della Rete e i gestori dei social media provano a tracciare un percorso di rassegnata e amara normalizzazione del loro rapporto con le stragi targate ISIS.
Confrontando il racconto e le reazioni ai fatti di Bruxelles sulle più note piattaforme sociali di condivisione con quanto accaduto per quella di Parigi dello scorso novembre, notiamo innanzitutto che su Twitter sono stati riproposti hashtag come #porteouverte e #openhouse che hanno permesso a molte persone per strada, impossibilitate a spostarsi in metropolitana, di trovare un posto sicuro per rifugiarsi. Le potenzialità di citizen journalism che il sito di microblogging aveva dimostrato lo scorso novembre sono state invece sminuite forse anche a causa dei luoghi degli attentati, hub di trasporto pubblico blindati subito dopo i tragici eventi, e per questo meno “vissuti” delle strade, dei ristoranti e dei locali teatro della strage parigina.
Su Facebook, invece, è stata riproposta la funzione safety check, che ha permesso agli utenti di sapere che i loro conoscenti, a Bruxelles (principalmente) per lavoro, stessero bene. Menlo Park stavolta non ha proposto nessuno sfondo per l’immagine di profilo, forse anche perché i due precedenti (la bandiera della pace dopo la storica sentenza della Corte Suprema USA sui matrimoni gay e la bandiera francese dopo i fatti di Parigi) erano stati molto criticati, visto che molti commentatori e utenti più smaliziati avevano visto nella mossa dell’azienda una nuova modalità di profilare gusti e comportamenti degli utenti ai fini dello sviluppo di prodotti e accordi pubblicitari. Su Facebook e sui fratelli minori Instagram e Whatsapp (rispettivamente social network fondato sulle immagini, e app di messaggistica istantanea da qualche anno di proprietà di Mark Zuckerberg), ha però spopolato il disegno del vignettista di Le Monde Plantu, in cui la bandiera francese abbraccia quella belga in lacrime e sono impresse due date: Parigi, 13 novembre; Bruxelles, 22 marzo.
Sui più noti social network gli utenti hanno mandato messaggi di solidarietà con l’hashtag #PrayForBelgium (sull’eco di #PrayForParis), ma anche in questa occasione non sono mancate voci di polemica e le critiche per quello che è successo.
In particolare, la presenza di Matteo Salvini, europarlamentare e leader della Lega Nord, a Bruxelles, e il fotoracconto in diretta dalla capitale belga veicolato sul suo profilo Twitter hanno generato, come spesso accade per il politico milanese, aspre e violente discussioni tra gli utenti italiani. Non è un caso che le “folle polarizzate” su Twitter abbiano acceso lo scontro intorno alle dichiarazioni di un soggetto politico, riportando in rete toni tipici della discussione politica dei peggiori talk show ed esasperate pratiche di sousveillance nei confronti degli esponenti partitici, spesso alla radice di discorsi di hate speech online, che fortunatamente sono state condite da una dose di ironia, che rimane l’unica ancora di salvezza nel panorama italiano di Twitter.
Il caso Salvini a Bruxelles dimostra ancora una volta che la Rete rimane luogo dei sentimenti forti, di odio, e di amore (#love è stato pur sempre l’hashtag più utilizzato su Instagram nel 2015), così come di speranza e solidarietà. Sembra quindi difficile capire come le logiche emozionali dei social media potranno conformarsi alla normalizzazione del dibattito intorno a quella che è stata già ribattezzata la nuova guerra dei Trent’Anni, guidando i cittadini e gli utenti, anche i meno informati di storia e geopolitica internazionale, a comprendere e discutere razionalmente degli sviluppi relativi al nuovo scenario globale. Si tratta di una sfida nuova che certamente non potrà essere affrontata dalle sole multinazionali del Web 2.0, ma che richiede una nuova consapevolezza della Rete anche da parte di istituzioni, opinion leaders, e associazioni civiche, sempre più spesso impegnate a diffondere i propri messaggi sui social network.


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