Due giorni dopo il doppio
attentato di matrice jihadista all’aeroporto e nella metropolitana di
Bruxelles, mentre importanti esponenti politici ed istituzionali iniziano ad
ammettere candidamente che ci troviamo ad affrontare non una emergenza
temporanea ma una situazione “ordinaria” di conflitto, anche gli utenti della
Rete e i gestori dei social media provano a tracciare un percorso di rassegnata
e amara normalizzazione del loro rapporto con le stragi targate ISIS.
Confrontando il racconto e le reazioni
ai fatti di Bruxelles sulle più note piattaforme sociali di condivisione con
quanto accaduto per quella di Parigi dello scorso novembre, notiamo
innanzitutto che su Twitter sono stati riproposti hashtag come #porteouverte
e #openhouse che hanno permesso a
molte persone per strada, impossibilitate a spostarsi in metropolitana, di
trovare un posto sicuro per rifugiarsi. Le potenzialità di citizen journalism che il sito di microblogging aveva dimostrato lo scorso novembre sono state invece
sminuite forse anche a causa dei luoghi degli attentati, hub di trasporto pubblico blindati subito dopo i tragici eventi, e
per questo meno “vissuti” delle strade, dei ristoranti e dei locali teatro
della strage parigina.
Su Facebook, invece, è stata
riproposta la funzione safety check,
che ha permesso agli utenti di sapere che i loro conoscenti, a Bruxelles
(principalmente) per lavoro, stessero bene. Menlo Park stavolta non ha proposto
nessuno sfondo per l’immagine di profilo, forse anche perché i due precedenti
(la bandiera della pace dopo la storica sentenza della Corte Suprema USA sui
matrimoni gay e la bandiera francese dopo i fatti di Parigi) erano stati molto
criticati, visto che molti commentatori e utenti più smaliziati avevano visto
nella mossa dell’azienda una nuova modalità di profilare gusti e comportamenti degli
utenti ai fini dello sviluppo di prodotti e accordi pubblicitari. Su Facebook e
sui fratelli minori Instagram e Whatsapp (rispettivamente social network
fondato sulle immagini, e app di messaggistica istantanea da qualche anno di
proprietà di Mark Zuckerberg), ha però spopolato il disegno del vignettista di Le Monde Plantu, in cui la bandiera francese abbraccia quella belga in
lacrime e sono impresse due date: Parigi, 13 novembre; Bruxelles, 22 marzo.
Sui più noti social network gli
utenti hanno mandato messaggi di solidarietà con l’hashtag #PrayForBelgium (sull’eco di #PrayForParis),
ma anche in questa occasione non sono mancate voci di polemica e le
critiche per quello che è successo.
In particolare, la presenza di
Matteo Salvini, europarlamentare e leader della Lega Nord, a Bruxelles, e il
fotoracconto in diretta dalla capitale belga veicolato sul suo profilo Twitter
hanno generato, come spesso accade per il politico milanese, aspre e violente
discussioni tra gli utenti italiani. Non è un caso che le “folle polarizzate”
su Twitter abbiano acceso lo scontro intorno alle dichiarazioni di un soggetto
politico, riportando in rete toni tipici della discussione politica dei
peggiori talk show ed esasperate
pratiche di sousveillance nei
confronti degli esponenti partitici, spesso alla radice di discorsi di hate speech online, che fortunatamente sono
state condite da una dose di ironia, che rimane l’unica ancora di salvezza nel
panorama italiano di Twitter.
Il caso Salvini a Bruxelles
dimostra ancora una volta che la Rete rimane luogo dei sentimenti
forti, di odio, e di amore (#love è
stato pur sempre l’hashtag più utilizzato su Instagram nel 2015), così come di
speranza e solidarietà. Sembra quindi difficile capire come le logiche
emozionali dei social media potranno conformarsi alla normalizzazione del
dibattito intorno a quella che è stata già ribattezzata la nuova guerra dei
Trent’Anni, guidando i cittadini e gli utenti, anche i meno informati di storia
e geopolitica internazionale, a comprendere e discutere razionalmente degli
sviluppi relativi al nuovo scenario globale. Si tratta di una sfida nuova che
certamente non potrà essere affrontata dalle sole multinazionali del Web 2.0,
ma che richiede una nuova consapevolezza della Rete anche da parte di
istituzioni, opinion leaders, e
associazioni civiche, sempre più spesso impegnate a diffondere i propri
messaggi sui social network.