martedì 2 febbraio 2016

Non permettiamo che l’inferno siano gli altri. Riflessioni su unioni civili, Family Day ed hate speech online

Giorgia Meloni annuncia di aspettare un bambino (fuori dal matrimonio) in diretta televisiva nel Circo Massimo teatro di un Family Day che voleva mettere a dura prova il dibattito sulle unioni civili al Senato, e, dopo i primi commenti, e le prime schermaglie, ironiche e lievi, arrivano, inevitabili ormai sul web, insulti ed offese pesanti e irripetibili.
Nuovamente si parla di hate speech online, si citano gli idioti lasciati liberi di pascolare nel Web 2.0 (più o meno così si è espresso alcuni anni fa Umberto Eco), si invoca l’ennesimo attentato mediatico al corpo delle donne.
In realtà non deve sfuggire che la Meloni è attualmente leader di un partito (Fratelli d’Italia), impegnato nella difficile e fragile ricostruzione di un centrodestra sempre più a trazione leghista, ed è impossibile, pertanto, non leggere nelle parole e nelle frasi di chi la offende un’evidente degenerazione del rapporto tra dibattito politico e social network. In tal senso, gli episodi di hate speech (letteralmente: discorso dell’odio, in pratica offese ripetute su un personaggio o su gruppo sociale, culturale, religioso, politico specifico) a mezzo Facebook e Twitter non sono casi isolati, sfoghi di utenti pazzi o profili anonimi, ma tipiche modalità di affrontare un dibattito (che non è tale, in quanto per nulla dialogico e discorsivo, giammai costruttivo) tra sfere politiche controversiali fieramente contrapposte, folle polarizzate aizzate da novelli Masanielli influencer digitali.
Nel contesto determinato dai temi all’ordine del giorno in queste settimane sui social network (in cui ci si divide in maniera netta e decisa tra fautori e contrari al ddl Cirinnà, tra chi sa pronunciare stepchild adoption e chi neppure sa cos’è), inoltre, troppo spesso temi personali delicati e di natura altamente sensibile (come solo una gravidanza al terzo mese può essere) vengono affrontati in maniera superficiale, dando adito ad una pubblicizzazione grottesca ed eccessiva della sfera privata di ognuno di noi, che si trasforma facilmente in vetrinizzazione ed esibizione dei propri sentimenti.
Le foto delle famiglie orgogliosamente numerose al Family Day, o i baci provocatori di coppie gay sotto il Pirellone, unite alle minacce fisiche e verbali che sempre più si leggono negli scontri politici, in teoria solo dialettici, sulle piattaforme digitali, ci ricordano probabilmente che la chiusura in sé stessi e nelle proprie posizioni (di cui la NewsFeed di Facebook è un po’ responsabile, laddove propone solo contenuti e idee a noi affini) ha fatto dimenticare a molti utenti digitali, anche ai più tecno-ottimisti, la differenza tra ciò che è socialmente accettabile o ciò che non lo è nella vita reale.
Se Giorgia Meloni, in questo caso, non può far altro che astenersi dalla frequentazione dei social, e Facebook, citando le sue content policies – che ormai governano la libertà di espressione in Rete molto più delle decisioni di Commissione Europea, Parlamento, magistratura ed autorità di settore messe insieme – , assolve i gruppi e i profili dove si possono ancora leggere molte delle offese all’ex Ministro, al momento l’unico modo di affrontare e sfidare l’hate speech online (o meglio, la democratizzazione dell’accesso all’hate speech consentita dai web 2.0) è parlarne, per capirlo, decostruirlo, decifrarlo e, ove possibile, evitarlo.

Ma accanto ad attente e necessarie azioni e percorsi di alfabetizzazione, che aiutino i cittadini digitali a decriptare i messaggi e orientarsi con senso critico nella giungla informativa del web 2.0, ovvero ad acquisire la literacy che permetta loro di navigare in maniera matura e consapevole, occorrerà anche inserire qualche lezione o qualche appunto sull’educazione all’altro da sé, affinché non si avverino, nel mondo apparentemente progredito e globale, in realtà sempre più balcanizzato, del 2016, le profezie che, periodicamente, hanno attraverso la filosofia moderna, dall’homo homini lupus di hobbesiana memoria all’inferno sono gli altri di Jean-Paul Sartre.

lunedì 18 gennaio 2016

Deciders. Spunti di riflessione sulla Rete: di cosa parliamo domani da Mooks.

Hate speech, oblio online, content policy, piattaforme digitali, algoritmi e codici: sono queste alcune delle parole chiave di Deciders – il mio saggio sociologico sull’impatto di Facebook, Twitter, Google sul funzionamento della sfera pubblica e sulla regolamentazione della Rete –   ormai divenute centrali per capire l’importanza del Web 2.0 nella società e nella politica globale, nazionale e locale. Si tratta, infatti, sempre più, di tematiche che investono la nostra quotidianità di cittadini in rete e ne condizionano interazioni e dinamiche, scatenando sentimenti e paure, riflessioni e accesi dibattiti.
La seconda presentazione di Deciders, in programma oggi, martedì 19 gennaio, alle 18, presso il bookshop Mondadori di Piazza Vanvitelli, Mooks, sarà, infatti, l’occasione per analizzare la problematicità e l’evoluzione di questi aspetti della vita sociale e politica, a partire da alcuni casi di attualità e cronaca.
Parleremo, infatti, delle sanzioni che la Turchia ha comminato a Twitter per non aver rimosso alcuni contenuti di propaganda terroristica, scelta che la piattaforma di microblogging difende strenuamente, e simbolo del potere decisionale che i big della Rete detengono sulla libertà di espressione online, in positivo o in negativo che sia; analizzeremo il caso del blog di Beppe Grillo, che spesso rilancia commenti e battute sessiste dei suoi sostenitori e seguaci, come è accaduto recentemente con gli insulti alla Boschi ed alla Picierno, per capire quali (e se ci) sono i confini tra hate speech e dibattito politico in rete; ci soffermeremo sulle discussioni online – che spesso svelano reazioni e sensibilità poco note delle nuove generazioni –  relative ad episodi di cronaca nera accaduti recentemente in Campania, come quelli che hanno coinvolto Nello Mormile, il ragazzo che ha guidato a luglio contromano in Tangenziale, causando la morte della fidanzata e di un altro automobilista, e Gabriella, la diciannovenne di Mugnano morta in ospedale durante un intervento di interruzione della gravidanza; ancora, parleremo della recente caduta di stile di Gad Lerner, un passato da direttore del TG1, che sul suo profilo Facebook ha accostato Salvini e Razzi alla bomba ad idrogeno lanciata in Corea del Nord, e dell’attacco personale di Alessio Postiglione, addetto stampa e social media manager del sindaco di Napoli De Magistris, a Yamamay, per analizzare il delicato ruolo dei professionisti dell’informazione (soprattutto quando rivestono un ruolo istituzionale) nella sfera pubblica digitale; infine, ci interrogheremo sul proliferare di pagine Facebook appartenenti a blog, giornali locali e nazionali, testate native digitali, per capire le nuove dinamiche dell’informazione online, alla luce di algoritmi, condizioni di utilizzo della piattaforme e iniziative quali Instant Articles (di Facebook) e Digital News Initiative (di Google).

Tutti questi spunti di riflessione saranno condivisi dall’autore con Ciro Pellegrino e Raffaella Ferrè, una coppia (anche nella vita) impegnata nell’informazione e nella scrittura. Ciro è giornalista presso la testata nativa digitale Fanpage, nonché autore di inchieste sociali e politiche, ed è diventato negli ultimi anni un riferimento importante nello scenario partenopeo per capire gli scenari dell’informazione (e delle relative professioni) in rete; Raffaella ha invece unito al giornalismo la passione per la scrittura, con la pubblicazione di romanzi (su tutti Santa Precaria) e racconti, che offrono notevoli spaccati generazionali sulle vite e sulle “carriere morali” dei millennials (napoletani e non) ingabbiati tra lavoro e sentimenti, in entrambi i casi in condizioni di incertezza. Il loro contributo potrà certamente arricchire una conversazione che toccherà, oltre che avvenimenti noti a tutta l’opinione pubblica, episodi personali vissuti dai due discussants.

domenica 17 gennaio 2016

Deciders da Mooks

Martedì 19 gennaio, alle ore 18:00, presso Mooks, il nuovo bookstore del gruppo Mondadori, nel cuore del Vomero, si terrà la presentazione del libro di Francesco Marrazzo, sociologo della comunicazione e dottore di ricerca e docente presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, “Deciders. Chi decide sulla rete” (Dante&Descartes, 2015). Il libro esplora il ruolo che i grandi attori economici del Web 2.0 (Google, Facebook, Twitter) rivestono nella sfera pubblica e nella regolamentazione di Internet. L’autore discuterà dei temi del libro, e dei più recenti casi di cronaca nazionale e locale che fanno riferimento alle problematiche trattate, insieme a Ciro Pellegrino, giornalista presso la testata nativa digitale Fanpage, e autore di numerose inchieste politiche e sociali, e Raffaella Ferrè, giornalista e scrittrice, attenta narratrice dei nuovi universi lavorativi e sentimentali della generazione millenials.

Per maggiori informazioni:
francescomarraz@gmail.com

Qui il comunicato stampa dell'evento

Qui la locandina dell'evento

Qui la copertina di Deciders

Qui l'evento Facebook.

martedì 8 dicembre 2015

Quando precariato intellettuale e mancanza di dibattito pubblico si trasformano in odio.

Ciro Pellegrino è un giornalista napoletano da sempre attento alla realtà del web 2.0 e molto attivo sui social networks. Dopo varie esperienze di giornalismo tradizionale, quello sulla carta che sporca le mani del lettore, e l’attivismo dimostrato con la creazione del Coordinamento Giornalisti Precari campano, non a caso il nostro viene chiamato a coordinare la cronaca di Fanpage, testata nativa digitale, radicata a Napoli, forte di uno tra i migliori risultati, in termini di unique audience e tempo medio trascorso, tra i siti di informazione rilevati da Audiweb, e con un numero di like e condivisioni su Facebook nettamente superiore a quello dei principali quotidiani nazionali.
Ieri è stata pubblicata sui vari canali online della piattaforma giornalistica di Via Santa Lucia la videointervista di Pellegrino ad Antonio Bassolino, la cui (terza) candidatura a sindaco di Napoli sta facendo, per ovvie ragioni, molto discutere, anche sui social. Ciro pubblica l’intervista, pacata, veloce e adatta alla visione sul web 2.0, anche sul suo profilo personale, e immediatamente si scatenano attacchi di odio e minacce anche fisiche (a lui e consorte) provenienti non da haters professioniali o profili fake, ma da colleghi giornalisti attivi su fronti politici distanti dal bassolinismo e dal PD.
Nell’esprimere la massima solidarietà a Ciro e Raffaella per quanto accaduto a mezzo Facebook, il caso in questione dimostra ancora una volta come l’hate speech online non sia un fenomeno da analizzare con le lenti della psicologia (o psichiatria) applicate a singoli individui borderline, ma sia diventato ormai un modo generalizzato per fare (o far degenerare) la discussioni su temi di politica e attualità sui social network. Tutto ciò avviene perché il dibattito pubblico si è atomizzato in tante sfere pubbliche (tra loro) controversiali, enfatizzate dalle piattaforme digitali, che con i loro algoritmi basati sull’omofilia (di contatti, luoghi ed informazioni) ci spingono a comunicare solo con persone e opinioni a noi simili, e che l’interazione tra questi pezzi di opinione pubblica avvenga ormai solo con scontri verbali e personali anche accesi, ben oltre i flame tipici dei primi newsgroup del web 1.0, e con un generale scadimento della sfera pubblica, ormai priva – parole di Jurgen Habermas – di quel “collante inclusivo” e di quella “forza inclusoria” persi tra spazi comunicativi chiusi in sé stessi.
Inoltre, nel caso specifico, giova aggiungere che il precariato intellettuale dei giornalisti napoletani, privi spesso di editori e redazioni in cui crescere anche nell’etica e deontologia professionale, ha reso molti di loro propaggine di gruppi, fazioni e personaggi politici, e che l’attività di ufficio stampa, comunicazione e media relations sono ormai interpretate da alcuni giovani professionisti come difesa ed esaltazione ad oltranza delle gesta dei loro datori di lavoro.
La dimensione panpolitica del lavoro intellettuale nel Sud Italia e la degenerazione del dibattito pubblico sui social network saranno due immagini che non risolleveranno le preoccupazioni (e il morale) di Ciro, Raffaella e dei loro amici e familiari, ma sono sicuramente elementi che andrebbero attentamente studiati, monitorati e resi oggetto di politiche pubbliche efficaci da parte dei soggetti istituzionali coinvolti, dallo Stato alle Regioni, da organismi indipendenti di settore agli ordini professionali, dai sindacati alle associazioni di categoria. Augurandosi che il prossimo Ciro Pellegrino sulla scena del giornalismo online, dopo la pubblicazione di un’intervista, possa confrontarsi in maniera costruttiva ed equilibrata con i suoi colleghi sui social network, e magari anche in un luogo pubblico di discussione professionale.

PS A tal proposito, restando alla realtà napoletana, sarebbe interessante conoscere le sorti della Casina del Boschetto in Villa Comunale, un tempo sede del Circolo della Stampa, e da molto tempo invocata come sede di dibattiti culturali per l’Ordine professionale dei Giornalisti.

giovedì 3 dicembre 2015

Il vero problema dei like alla Regione Campania.

Da un paio di giorni, i quotidiani e siti di informazione locali stanno concentrando la loro attenzione sul Likegate della Regione Campania. È infatti fuoriuscita dai corridoi di Palazzo Santa Lucia la notizia secondo la quale, all’interno di pacchetto di azioni di comunicazione e marketing turistico per Expo affidato alla nota agenzia pubblicitaria abruzzese Pomilio Blumm, specializzata in comunicazione per enti pubblici ed istituzioni, siano stati spesi circa 40mila euro per una campagna di promozione online su Facebook: in sostanza l’algoritmo di Zuckerberg, dietro compenso, ha proposto sulle bacheche di tutti gli utenti geolocalizzati in Campania (sarà capitato anche a voi!) l’invito a mettere “mi piace” alla pagina istituzionale della Regione. Così i like della pagina social regionale sono cresciuti in poche settimane da meno di 5mila a più di 50mila, ponendo la Campania, fino a pochi mesi fa decima, al primo posto tra le Regioni più “gradite” su Facebook. Visto che la spesa è stata effettuata con fondi europei messi a disposizione dal programma interregionale POIN “Attrattori culturali, naturali e turismo”, i rappresentanti di Forza Italia al Parlamento Europeo hanno già presentato un’interrogazione urgente sulla vicenda alla Commissaria UE alle Politiche Regionali Corina Cretu.
Mentre il dibattito giornalistico e sui social esprime in sostanza forti perplessità sull’utilizzo di fondi pubblici per “comprare” like su Facebook, il responsabile della comunicazione e informazione multimediale (figura fortemente voluta dal Presidente De Luca) Mario De Rosa si è giustificando parlando di soldi che non potevano essere spesi in altro modo, di orgoglio per la Regione più presente sui social network, di riorganizzazione editoriale dei contenuti che seguirà a breve. Su quest’ultimo elemento, in particolare, De Rosa ha dichiarato al Corriere del Mezzogiorno: “attendiamo che la risalita sul gradimento e il numero raggiungibili si assesti prima di iniziare con una serie di contenuti redazionali specifici e d’alto spessore. Inutile farlo prima con numeri ancora bassi”.
A mio parere, il vero problema di tutta questa vicenda non è l’utilizzo di fondi europei per attività di comunicazione e marketing sui social media, ma il loro uso in una logica di visibilità dell’ente (la regione con più like su Facebook) piuttosto che di engagement e coinvolgimento della cittadinanza. Seguendo questo approccio, ormai comune nel settore delle pubbliche relazioni digitali, la Regione avrebbe dovuto puntare: su una nuova pagina più dinamica e ricca di contenuti facilmente condivisibili (“virali”), sia per i più giovani nativi digitali, sia per i 40-50enni immigrati digitali, che sempre più popolano il social di Zuckerberg (ormai il più “maturo” tra le piattaforme per le comunicazioni interpersonali diffusesi nell’era del web 2.0); su un’integrazione strategica e successiva differenziazione “editoriale” tra le pagine Facebook, Twitter e Instagram; sulla creazione di uno o più canali YouTube, e sulla diffusione di video (formato sempre più attraente sui social media e in generale nel mondo online), prodotti magari con il coinvolgimento delle più note factories creative presenti sul territorio.

Con la sua azione, la Regione Campania ha dimostrato di puntare al web 2.0 solo in ottica di visibilità, riproducendo nel confronto tra Regioni, quella horse race basata sul numero di followers che influenza l’approccio dei più importanti leader nazionali nell’uso di Twitter e Facebook (approccio invero fomentato anche da certa stampa e dalla sua superficiale lettura delle metriche utilizzate per analizzare la comunicazione politica online). Ma soprattutto, Palazzo Santa Lucia ha dimostrato di non conoscere la più banale regola del web 2.0 secondo cui la reputazione è elemento essenziale e da curare con maniacale attenzione: un’online reputation che si costruisce prima valorizzando e creando contenuti specifici, poi “risalendo” nel numero di utenti raggiunti, e non il contrario, e che, cosa ancora più importante, va continuamente messa in discussione e monitorata in maniera professionale.

mercoledì 2 dicembre 2015

“Lotta e governo” o “rappresentatività e sousveillance”: la difficile ibridazione del Movimento 5 Stelle.

I più recenti sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani (Istituto Piepoli per ANSA, Euromedia Research per Ballarò) attestano come ormai il vantaggio del Partito Democratico nei confronti del Movimento 5 Stelle sia di pochi punti percentuali (4 o 5). Addirittura, una rilevazione CISE-Sole24Ore segnala che, in caso di ballottaggio, i 5Stelle batterebbero i Democratici. Proprio traendo spunto da questo sondaggio, Ilvo Diamanti ha dedicato l’ultimo numero della sua rubrica Mappe su Repubblica al M5S, che va “preso sul serio” – parole del sociologo veneto di stanza all’Università di Urbino – inquadrandolo però nella sua nuova natura “ibrida”, evidenziata da un recente studio in lingua inglese dei politologi Fabio Bordignon (già autore de “Il partito del capo”) e Luigi Ceccarini (che di recente ha pubblicato “La cittadinanza online”).
Ripercorriamo i più recenti passaggi per poter comprendere al meglio le problematiche legate al processo di ibridazione cui fa riferimento Ilvo Diamanti. Il risultato elettorale del M5S alle elezioni politiche 2013 (25% circa di preferenze) ha certamente rappresentato una svolta per la politica in Italia: in quel caso, il web 2.0 si è dimostrato una componente centrale nella campagna elettorale dei “grillini”, anche attraverso una narrazione anti-mass media, che ha reso il leader e i candidati del Movimento i grandi assenti/presenti in tv, in un fenomeno di ibridazione mediale inedito per il contesto italiano. Questa svolta nelle modalità di sfruttamento del canale web, da un lato, ha avuto un solido retroterra nella stagione dei sindaci arancioni e del movimento referendario nel 2011, dall’altro lato non può però paragonarsi a quanto accaduto negli Stati Uniti nella prima campagna elettorale di Barack Obama del 2008. Infatti, nel caso Obama il ruolo svolto dal web assume la connotazione di ente positivo di aggregazione e community; nel caso M5S e di Grillo, invece, il ruolo del web 2.0 diviene fondante, al contrario, per la costruzione di un clima di sfiducia non confinato alle sole istituzioni rappresentative: una “organizzazione tecnologica della sfiducia” (per citare Rosanvallon), nata come contro-potere per destabilizzare gli assetti costituiti (come segnala lucidamente Rosanna De Rosa).
Nelle strategie comunicative messe in atto dal M5S in quanto a comunicazione interna, il Movimento non si distanzia in fondo dai partiti più tradizionali; la selezione dei candidati eletti, la raccolta e trasmissione della domande dei cittadini sono tutte gestite funzionalmente in maniera molto simile al passato, mutando ovviamente il canale e sfruttando la Rete: le risorse comunicative di indirizzo politico sono così gestite in una sorta di “centralismo cybercratico”. Nella comunicazione esterna, invece, nel corso degli anni il blog di Grillo è diventato, da principale punto di aggregazione di simpatizzanti e attivisti, l’unico depositario del verbo del Movimento, e delle sue campagne di opinione contro giornalisti di parte ed avversari politici. In particolare, nel passaggio tra elezioni nazionali 2013 ed elezioni europee 2014, nel M5S, a fronte dell’accresciuta rilevanza, nel dibattito interno e nella comunicazione esterna, di alcuni personaggi carismatici (Di Battista, Di Maio, Fico), permane, ed anzi si rafforza, il ruolo del blog di Grillo.
Proprio le elezioni europee 2014 hanno segnato una prima battuta di arresto nella crescita del Movimento. Accreditato dai sondaggi di un successo elettorale, che ne avrebbe sancito l’affermazione definitiva come primo partito nazionale, il M5S, che in campagna elettorale aveva diffuso viralmente l’hashtag #tantovinciamonoi, si è trovato, nei risultati finali, nettamente distanziato dal Partito Democratico del premier Renzi, a causa forse di toni comunicativi troppo esasperati in chiave antieuropea. Come dimostra una ricerca condotta dal sottoscritto con Auriemma, Esposito, Iadicicco, Polimene, Punziano e Sarnelli, e di recente pubblicata su “Sociologia della comunicazione”, il Blog di Beppe Grillo, in tutti i periodi della campagna elettorale per le Europee analizzati, ha adottato una forte critica nei confronti dell’UE: in sostanza, il Movimento non ha attuato un cambio di rotta in vista dell’appuntamento elettorale, restando quindi coerente con il suo stile comunicativo e le sue strategie linguistiche, seppure differenziate in base agli autori che veicolano il messaggio (laddove i post del leader Grillo si sono mostrati più marcatamente e aggressivamente euroscettici).
A seguito della prima delusione elettorale, il Movimento ha mutato la sua organizzazione interna, con la nascita del Direttorio composto da Fico, Di Maio, Di Battista, Ruocco e Sibilia, mentre l’implicita rinuncia alla leadership da parte di Beppe Grillo, autodefinitosi garante del Movimento, ha dato vita ad una lotta tra i suoi eredi, che potrebbe alla lunga logorare il movimento, che deve fare i conti, come tutti i soggetti politici, con la crescente tendenza della democrazia del leader (di cui da anni scrive il politologo Mauro Calise). Anche le modalità di comunicazione sono cambiate, con una più massiccia presenza dei membri del Direttorio e di altri esponenti di punta del gruppo parlamentare nei talk show e nei programmi televisivi di informazione, in cui portare l’immagine di lotta e di governo del Movimento.
Nel frattempo, i Cinque Stelle continuano ad occupare posizioni chiave nelle istituzioni rappresentative, e guidano alcune importanti città, tra cui Parma e Livorno. Se in Parlamento i “portavoce” del Movimento si distinguono soprattutto per azioni non convenzionali di disturbo dei lavori parlamentari e nei consigli regionali fanno sentire la loro voce anti-casta in maniera a volte fin troppo insistente (come dimostrano le immagini di una recente seduta del Parlamentino campano), nel governo delle città (Livorno è il casus belli per eccellenza) su bilanci, gestione dei rifiuti e società partecipate spesso i sindaci pentastellati non riescono a trovare sinergie non solo con la base dei meet up, ma neppure con gli stessi consiglieri eletti.
Dall’analisi attenta di queste dinamiche, sembra sempre più evidente che nella partecipazione alla vita delle istituzioni da parte del Movimento ci sia una forte enfasi sulla rappresentatività, intesa come presenza e manifestazione, anche in maniera urlata, delle proprie istanze, e ben poca sulla rappresentanza, ovvero sulla capacità di inserire nobili intenti e idee innovative nei circuiti decisionali della democrazia rappresentativa. La recente pubblicità data al caso del portavoce campano Christian Cerbone, sfrattonato nel corso di una seduta pubblica del Consiglio Comunale di Pomigliano d’Arco nelle stesse modalità che coinvolsero l’attuale vicepresidente della Camera Luigi di Maio in un episodio di sei anni fa, è la dimostrazione della difficoltà del Movimento a compiere quel passaggio verso una matura concezione della rappresentanza, non legata alle sole azioni “rappresentative”, che, oggi come allora, continuano ad essere enfatizzate dai portavoce e dagli attivisti, più dei concreti risultati politici e amministrativi.
Succede così che sul campo della trasparenza, dell’innovazione politica, della legalità e della semplificazione i 5 Stelle vengono talvolta superati persino dagli esponenti più giovani e dinamici di un Partito Democratico, pur non immune da problemi giudiziari e questioni morali, soprattutto in periferia, e che le istanze di trasparenza pentastellate si trasformino rapidamente in pratiche di sousveillance, termine con cui si intende la possibilità di invertire i termini della sorveglianza tradizionale, e di controllare i più potenti, in particolare i politici. Pratiche che, però, arricchendosi di vis polemica e utilizzando, in maniera satirica ed ironica, gli strumenti digitali della creazione di contenuti, rischiano talvolta di travalicare il confine tra nuove forme di espressione e partecipazione politica e hate speech online.
La parabola dei “grillini”, passati dalla rivoluzione alla necessità di ibridarsi e adattarsi al sistema della democrazia rappresentativa, se da un lato dimostra quanto sia difficile innovare in politica nell’Italia della burocrazia, dei TAR e del primato dell’amministrazione sul management della cosa pubblica, d’altro canto evidenzia come l’adesione ai canoni della rappresentanza, la competenza e la capacità di saper innovare da dentro il sistema siano elementi fondamentali per poter affermare un’immagine di compagine governativa, che probabilmente ancora poco appartiene al Movimento, nonostante quel che (pre)dicono i sondaggi.

D’altronde – è bene ricordarlo – anche prima delle Europee i sondaggi davano i 5Stelle pronti al sorpasso…e sappiamo tutti come è andata a finire!

sabato 28 novembre 2015

Deciders si piega ai Deciders!

Da oggi troverete  una pagina Facebook dedicata a Deciders e alle mie attività di docente di Marketing e nuovi media presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II".
Buona lettura.