martedì 8 dicembre 2015

Quando precariato intellettuale e mancanza di dibattito pubblico si trasformano in odio.

Ciro Pellegrino è un giornalista napoletano da sempre attento alla realtà del web 2.0 e molto attivo sui social networks. Dopo varie esperienze di giornalismo tradizionale, quello sulla carta che sporca le mani del lettore, e l’attivismo dimostrato con la creazione del Coordinamento Giornalisti Precari campano, non a caso il nostro viene chiamato a coordinare la cronaca di Fanpage, testata nativa digitale, radicata a Napoli, forte di uno tra i migliori risultati, in termini di unique audience e tempo medio trascorso, tra i siti di informazione rilevati da Audiweb, e con un numero di like e condivisioni su Facebook nettamente superiore a quello dei principali quotidiani nazionali.
Ieri è stata pubblicata sui vari canali online della piattaforma giornalistica di Via Santa Lucia la videointervista di Pellegrino ad Antonio Bassolino, la cui (terza) candidatura a sindaco di Napoli sta facendo, per ovvie ragioni, molto discutere, anche sui social. Ciro pubblica l’intervista, pacata, veloce e adatta alla visione sul web 2.0, anche sul suo profilo personale, e immediatamente si scatenano attacchi di odio e minacce anche fisiche (a lui e consorte) provenienti non da haters professioniali o profili fake, ma da colleghi giornalisti attivi su fronti politici distanti dal bassolinismo e dal PD.
Nell’esprimere la massima solidarietà a Ciro e Raffaella per quanto accaduto a mezzo Facebook, il caso in questione dimostra ancora una volta come l’hate speech online non sia un fenomeno da analizzare con le lenti della psicologia (o psichiatria) applicate a singoli individui borderline, ma sia diventato ormai un modo generalizzato per fare (o far degenerare) la discussioni su temi di politica e attualità sui social network. Tutto ciò avviene perché il dibattito pubblico si è atomizzato in tante sfere pubbliche (tra loro) controversiali, enfatizzate dalle piattaforme digitali, che con i loro algoritmi basati sull’omofilia (di contatti, luoghi ed informazioni) ci spingono a comunicare solo con persone e opinioni a noi simili, e che l’interazione tra questi pezzi di opinione pubblica avvenga ormai solo con scontri verbali e personali anche accesi, ben oltre i flame tipici dei primi newsgroup del web 1.0, e con un generale scadimento della sfera pubblica, ormai priva – parole di Jurgen Habermas – di quel “collante inclusivo” e di quella “forza inclusoria” persi tra spazi comunicativi chiusi in sé stessi.
Inoltre, nel caso specifico, giova aggiungere che il precariato intellettuale dei giornalisti napoletani, privi spesso di editori e redazioni in cui crescere anche nell’etica e deontologia professionale, ha reso molti di loro propaggine di gruppi, fazioni e personaggi politici, e che l’attività di ufficio stampa, comunicazione e media relations sono ormai interpretate da alcuni giovani professionisti come difesa ed esaltazione ad oltranza delle gesta dei loro datori di lavoro.
La dimensione panpolitica del lavoro intellettuale nel Sud Italia e la degenerazione del dibattito pubblico sui social network saranno due immagini che non risolleveranno le preoccupazioni (e il morale) di Ciro, Raffaella e dei loro amici e familiari, ma sono sicuramente elementi che andrebbero attentamente studiati, monitorati e resi oggetto di politiche pubbliche efficaci da parte dei soggetti istituzionali coinvolti, dallo Stato alle Regioni, da organismi indipendenti di settore agli ordini professionali, dai sindacati alle associazioni di categoria. Augurandosi che il prossimo Ciro Pellegrino sulla scena del giornalismo online, dopo la pubblicazione di un’intervista, possa confrontarsi in maniera costruttiva ed equilibrata con i suoi colleghi sui social network, e magari anche in un luogo pubblico di discussione professionale.

PS A tal proposito, restando alla realtà napoletana, sarebbe interessante conoscere le sorti della Casina del Boschetto in Villa Comunale, un tempo sede del Circolo della Stampa, e da molto tempo invocata come sede di dibattiti culturali per l’Ordine professionale dei Giornalisti.

giovedì 3 dicembre 2015

Il vero problema dei like alla Regione Campania.

Da un paio di giorni, i quotidiani e siti di informazione locali stanno concentrando la loro attenzione sul Likegate della Regione Campania. È infatti fuoriuscita dai corridoi di Palazzo Santa Lucia la notizia secondo la quale, all’interno di pacchetto di azioni di comunicazione e marketing turistico per Expo affidato alla nota agenzia pubblicitaria abruzzese Pomilio Blumm, specializzata in comunicazione per enti pubblici ed istituzioni, siano stati spesi circa 40mila euro per una campagna di promozione online su Facebook: in sostanza l’algoritmo di Zuckerberg, dietro compenso, ha proposto sulle bacheche di tutti gli utenti geolocalizzati in Campania (sarà capitato anche a voi!) l’invito a mettere “mi piace” alla pagina istituzionale della Regione. Così i like della pagina social regionale sono cresciuti in poche settimane da meno di 5mila a più di 50mila, ponendo la Campania, fino a pochi mesi fa decima, al primo posto tra le Regioni più “gradite” su Facebook. Visto che la spesa è stata effettuata con fondi europei messi a disposizione dal programma interregionale POIN “Attrattori culturali, naturali e turismo”, i rappresentanti di Forza Italia al Parlamento Europeo hanno già presentato un’interrogazione urgente sulla vicenda alla Commissaria UE alle Politiche Regionali Corina Cretu.
Mentre il dibattito giornalistico e sui social esprime in sostanza forti perplessità sull’utilizzo di fondi pubblici per “comprare” like su Facebook, il responsabile della comunicazione e informazione multimediale (figura fortemente voluta dal Presidente De Luca) Mario De Rosa si è giustificando parlando di soldi che non potevano essere spesi in altro modo, di orgoglio per la Regione più presente sui social network, di riorganizzazione editoriale dei contenuti che seguirà a breve. Su quest’ultimo elemento, in particolare, De Rosa ha dichiarato al Corriere del Mezzogiorno: “attendiamo che la risalita sul gradimento e il numero raggiungibili si assesti prima di iniziare con una serie di contenuti redazionali specifici e d’alto spessore. Inutile farlo prima con numeri ancora bassi”.
A mio parere, il vero problema di tutta questa vicenda non è l’utilizzo di fondi europei per attività di comunicazione e marketing sui social media, ma il loro uso in una logica di visibilità dell’ente (la regione con più like su Facebook) piuttosto che di engagement e coinvolgimento della cittadinanza. Seguendo questo approccio, ormai comune nel settore delle pubbliche relazioni digitali, la Regione avrebbe dovuto puntare: su una nuova pagina più dinamica e ricca di contenuti facilmente condivisibili (“virali”), sia per i più giovani nativi digitali, sia per i 40-50enni immigrati digitali, che sempre più popolano il social di Zuckerberg (ormai il più “maturo” tra le piattaforme per le comunicazioni interpersonali diffusesi nell’era del web 2.0); su un’integrazione strategica e successiva differenziazione “editoriale” tra le pagine Facebook, Twitter e Instagram; sulla creazione di uno o più canali YouTube, e sulla diffusione di video (formato sempre più attraente sui social media e in generale nel mondo online), prodotti magari con il coinvolgimento delle più note factories creative presenti sul territorio.

Con la sua azione, la Regione Campania ha dimostrato di puntare al web 2.0 solo in ottica di visibilità, riproducendo nel confronto tra Regioni, quella horse race basata sul numero di followers che influenza l’approccio dei più importanti leader nazionali nell’uso di Twitter e Facebook (approccio invero fomentato anche da certa stampa e dalla sua superficiale lettura delle metriche utilizzate per analizzare la comunicazione politica online). Ma soprattutto, Palazzo Santa Lucia ha dimostrato di non conoscere la più banale regola del web 2.0 secondo cui la reputazione è elemento essenziale e da curare con maniacale attenzione: un’online reputation che si costruisce prima valorizzando e creando contenuti specifici, poi “risalendo” nel numero di utenti raggiunti, e non il contrario, e che, cosa ancora più importante, va continuamente messa in discussione e monitorata in maniera professionale.

mercoledì 2 dicembre 2015

“Lotta e governo” o “rappresentatività e sousveillance”: la difficile ibridazione del Movimento 5 Stelle.

I più recenti sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani (Istituto Piepoli per ANSA, Euromedia Research per Ballarò) attestano come ormai il vantaggio del Partito Democratico nei confronti del Movimento 5 Stelle sia di pochi punti percentuali (4 o 5). Addirittura, una rilevazione CISE-Sole24Ore segnala che, in caso di ballottaggio, i 5Stelle batterebbero i Democratici. Proprio traendo spunto da questo sondaggio, Ilvo Diamanti ha dedicato l’ultimo numero della sua rubrica Mappe su Repubblica al M5S, che va “preso sul serio” – parole del sociologo veneto di stanza all’Università di Urbino – inquadrandolo però nella sua nuova natura “ibrida”, evidenziata da un recente studio in lingua inglese dei politologi Fabio Bordignon (già autore de “Il partito del capo”) e Luigi Ceccarini (che di recente ha pubblicato “La cittadinanza online”).
Ripercorriamo i più recenti passaggi per poter comprendere al meglio le problematiche legate al processo di ibridazione cui fa riferimento Ilvo Diamanti. Il risultato elettorale del M5S alle elezioni politiche 2013 (25% circa di preferenze) ha certamente rappresentato una svolta per la politica in Italia: in quel caso, il web 2.0 si è dimostrato una componente centrale nella campagna elettorale dei “grillini”, anche attraverso una narrazione anti-mass media, che ha reso il leader e i candidati del Movimento i grandi assenti/presenti in tv, in un fenomeno di ibridazione mediale inedito per il contesto italiano. Questa svolta nelle modalità di sfruttamento del canale web, da un lato, ha avuto un solido retroterra nella stagione dei sindaci arancioni e del movimento referendario nel 2011, dall’altro lato non può però paragonarsi a quanto accaduto negli Stati Uniti nella prima campagna elettorale di Barack Obama del 2008. Infatti, nel caso Obama il ruolo svolto dal web assume la connotazione di ente positivo di aggregazione e community; nel caso M5S e di Grillo, invece, il ruolo del web 2.0 diviene fondante, al contrario, per la costruzione di un clima di sfiducia non confinato alle sole istituzioni rappresentative: una “organizzazione tecnologica della sfiducia” (per citare Rosanvallon), nata come contro-potere per destabilizzare gli assetti costituiti (come segnala lucidamente Rosanna De Rosa).
Nelle strategie comunicative messe in atto dal M5S in quanto a comunicazione interna, il Movimento non si distanzia in fondo dai partiti più tradizionali; la selezione dei candidati eletti, la raccolta e trasmissione della domande dei cittadini sono tutte gestite funzionalmente in maniera molto simile al passato, mutando ovviamente il canale e sfruttando la Rete: le risorse comunicative di indirizzo politico sono così gestite in una sorta di “centralismo cybercratico”. Nella comunicazione esterna, invece, nel corso degli anni il blog di Grillo è diventato, da principale punto di aggregazione di simpatizzanti e attivisti, l’unico depositario del verbo del Movimento, e delle sue campagne di opinione contro giornalisti di parte ed avversari politici. In particolare, nel passaggio tra elezioni nazionali 2013 ed elezioni europee 2014, nel M5S, a fronte dell’accresciuta rilevanza, nel dibattito interno e nella comunicazione esterna, di alcuni personaggi carismatici (Di Battista, Di Maio, Fico), permane, ed anzi si rafforza, il ruolo del blog di Grillo.
Proprio le elezioni europee 2014 hanno segnato una prima battuta di arresto nella crescita del Movimento. Accreditato dai sondaggi di un successo elettorale, che ne avrebbe sancito l’affermazione definitiva come primo partito nazionale, il M5S, che in campagna elettorale aveva diffuso viralmente l’hashtag #tantovinciamonoi, si è trovato, nei risultati finali, nettamente distanziato dal Partito Democratico del premier Renzi, a causa forse di toni comunicativi troppo esasperati in chiave antieuropea. Come dimostra una ricerca condotta dal sottoscritto con Auriemma, Esposito, Iadicicco, Polimene, Punziano e Sarnelli, e di recente pubblicata su “Sociologia della comunicazione”, il Blog di Beppe Grillo, in tutti i periodi della campagna elettorale per le Europee analizzati, ha adottato una forte critica nei confronti dell’UE: in sostanza, il Movimento non ha attuato un cambio di rotta in vista dell’appuntamento elettorale, restando quindi coerente con il suo stile comunicativo e le sue strategie linguistiche, seppure differenziate in base agli autori che veicolano il messaggio (laddove i post del leader Grillo si sono mostrati più marcatamente e aggressivamente euroscettici).
A seguito della prima delusione elettorale, il Movimento ha mutato la sua organizzazione interna, con la nascita del Direttorio composto da Fico, Di Maio, Di Battista, Ruocco e Sibilia, mentre l’implicita rinuncia alla leadership da parte di Beppe Grillo, autodefinitosi garante del Movimento, ha dato vita ad una lotta tra i suoi eredi, che potrebbe alla lunga logorare il movimento, che deve fare i conti, come tutti i soggetti politici, con la crescente tendenza della democrazia del leader (di cui da anni scrive il politologo Mauro Calise). Anche le modalità di comunicazione sono cambiate, con una più massiccia presenza dei membri del Direttorio e di altri esponenti di punta del gruppo parlamentare nei talk show e nei programmi televisivi di informazione, in cui portare l’immagine di lotta e di governo del Movimento.
Nel frattempo, i Cinque Stelle continuano ad occupare posizioni chiave nelle istituzioni rappresentative, e guidano alcune importanti città, tra cui Parma e Livorno. Se in Parlamento i “portavoce” del Movimento si distinguono soprattutto per azioni non convenzionali di disturbo dei lavori parlamentari e nei consigli regionali fanno sentire la loro voce anti-casta in maniera a volte fin troppo insistente (come dimostrano le immagini di una recente seduta del Parlamentino campano), nel governo delle città (Livorno è il casus belli per eccellenza) su bilanci, gestione dei rifiuti e società partecipate spesso i sindaci pentastellati non riescono a trovare sinergie non solo con la base dei meet up, ma neppure con gli stessi consiglieri eletti.
Dall’analisi attenta di queste dinamiche, sembra sempre più evidente che nella partecipazione alla vita delle istituzioni da parte del Movimento ci sia una forte enfasi sulla rappresentatività, intesa come presenza e manifestazione, anche in maniera urlata, delle proprie istanze, e ben poca sulla rappresentanza, ovvero sulla capacità di inserire nobili intenti e idee innovative nei circuiti decisionali della democrazia rappresentativa. La recente pubblicità data al caso del portavoce campano Christian Cerbone, sfrattonato nel corso di una seduta pubblica del Consiglio Comunale di Pomigliano d’Arco nelle stesse modalità che coinvolsero l’attuale vicepresidente della Camera Luigi di Maio in un episodio di sei anni fa, è la dimostrazione della difficoltà del Movimento a compiere quel passaggio verso una matura concezione della rappresentanza, non legata alle sole azioni “rappresentative”, che, oggi come allora, continuano ad essere enfatizzate dai portavoce e dagli attivisti, più dei concreti risultati politici e amministrativi.
Succede così che sul campo della trasparenza, dell’innovazione politica, della legalità e della semplificazione i 5 Stelle vengono talvolta superati persino dagli esponenti più giovani e dinamici di un Partito Democratico, pur non immune da problemi giudiziari e questioni morali, soprattutto in periferia, e che le istanze di trasparenza pentastellate si trasformino rapidamente in pratiche di sousveillance, termine con cui si intende la possibilità di invertire i termini della sorveglianza tradizionale, e di controllare i più potenti, in particolare i politici. Pratiche che, però, arricchendosi di vis polemica e utilizzando, in maniera satirica ed ironica, gli strumenti digitali della creazione di contenuti, rischiano talvolta di travalicare il confine tra nuove forme di espressione e partecipazione politica e hate speech online.
La parabola dei “grillini”, passati dalla rivoluzione alla necessità di ibridarsi e adattarsi al sistema della democrazia rappresentativa, se da un lato dimostra quanto sia difficile innovare in politica nell’Italia della burocrazia, dei TAR e del primato dell’amministrazione sul management della cosa pubblica, d’altro canto evidenzia come l’adesione ai canoni della rappresentanza, la competenza e la capacità di saper innovare da dentro il sistema siano elementi fondamentali per poter affermare un’immagine di compagine governativa, che probabilmente ancora poco appartiene al Movimento, nonostante quel che (pre)dicono i sondaggi.

D’altronde – è bene ricordarlo – anche prima delle Europee i sondaggi davano i 5Stelle pronti al sorpasso…e sappiamo tutti come è andata a finire!

sabato 28 novembre 2015

Deciders si piega ai Deciders!

Da oggi troverete  una pagina Facebook dedicata a Deciders e alle mie attività di docente di Marketing e nuovi media presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II".
Buona lettura.

venerdì 20 novembre 2015

Di cosa parliamo oggi alla presentazione di Deciders.

Oggi alle 18, presso la Sala delle Colonne del Museo Madre di Napoli, ci sarà la prima presentazione al pubblico della mia monografia Deciders. Chi decide sulla rete.
Un saggio sociologico sull’impatto di Facebook, Twitter, Google sul funzionamento della sfera pubblica e sulle prospettive di regolamentazione della Rete, che sarà certamente lo spunto per una stimolante discussione su temi di attualità insieme a Francesco Pinto, direttore del Centro di Produzione RAI di Napoli, già direttore di Rai Tre e docente universitario, di recente romanziere di successo (La strada dritta e Il lancio perfetto), e Claudio Velardi, giornalista, consulente politico, formatore e fondatore della più nota società di lobbying italiana, Reti.
Nel corso della presentazione, non potremmo non citare Laura Boldrini, presidente della Camera molto attiva sui temi del web 2.0, ma anche protagonista/vittima di attacchi di odio sulla rete; James Foley, il primo occidentale giustiziato dall’ISIS, delle cui immagini di morte si è discusso molto su Twitter e Facebook; Mario Costeja Gonzalez, grazie alla cui azione giudiziaria finita dinanzi alla Corte di Giustizia Europea tutti i cittadini europei possono chiedere a Google la rimozione di notizie non più attuali tra i risultati del motore di ricerca.
Ma parleremo anche di Enrico Schettino, protagonista di un fortunato video Facebook sulle bellezze di Napoli in canoa a novembre, dei vomeresi intervistati da La7 che hanno scatenato reazioni e dibattiti in rete, dei tweet di Antonio Bassolino, (nuovamente?) candidato sindaco in pectore al Comune di Napoli, ma anche delle minacce e delle offese sulla bacheca Facebook di Nello Mormile, il ragazzo che ha guidato a luglio contromano in Tangenziale, e del Joker tatuato sul braccio di Lino Sibillo, leader della paranza dei bambini di Forcella, ritratto con il sorriso sulle labbra su Facebook subito dopo il suo arresto. E infine non potrà mancare un accenno ai recenti hashtag di Twitter #ParisAttacks e #porteouverte, ed alla bandiera francese di sfondo ai nostri profili social.

Ci chiederemo in sostanza quale sia il ruolo delle grandi multinazionali del web 2.0 nel governare questi fenomeni; cosa significa hate speech, inteso come nuova forma di politicità e socialità online; come si possa risolvere la dialettica tra memoria (intesa come costruzione sociale e guida dell’esperienza umana postmoderna) ed oblio in rete; quali sono gli spazi di intervento delle istituzionali nazionali e sovranazionali su questi fenomeni; infine, quale impatto hanno tutti questi aspetti nella nostra vita quotidiana, e soprattutto nella nostra formazione di cittadini facenti parte dell’opinione pubblica glocalizzata.

giovedì 19 novembre 2015

#Parisattacks: problematiche aperte in Rete dopo il 13 novembre 2015.

Se la televisione aveva dominato la scena del racconto (o forse si poteva chiamare già allora storytelling?) della tragedia delle Torri Gemelle, quattordici anni dopo sono i social network l’arena di discussione e la fonte di informazione principale degli attacchi terroristici rivendicati dall’ISIS a Parigi.
Twitter ha fornito un racconto degli eventi generato dai suoi stessi utenti coinvolti tra gli spari del Bataclàn e dello Stade de France, e veicolato dall’hashtag #Parisattacks, dando inoltre prova delle notevoli potenzialità in ottica citizen journalism della neonata applicazione per la pubblicazione di video in diretta Periscope. Sulla nota piattaforma di microblogging, inoltre, hashtag come #porteouverte e #RechercheParis hanno dato a molte persone per strada nella notte parigina la possibilità di trovare un posto sicuro per rifugiarsi, o hanno permesso a parenti e amici degli spettatori del Bataclàn di avere notizie dei propri cari.
Facebook, invece, si è distinto, dal giorno successivo ai fatti di Parigi, soprattutto per l’implementazione della funzione safety check, già usata per recenti catastrofi naturali, che ha permesso agli utenti di sapere che i loro conoscenti, a Parigi per lavoro, studio o vacanze, stessero bene, e per la bandiera francese proposta come sfondo dell’immagine profilo, riprendendo l’esperimento della bandiera della pace seguito alla storica sentenza della Corte Suprema USA sui matrimoni gay. In entrambi i casi, dietro finalità di condivisione e socializzazione, è inutile negare l’esigenza di una multinazionale di profilare gusti e comportamenti dei suoi utenti ai fini dello sviluppo dei suoi prodotti e di accordi pubblicitari.
Come sempre, però, Facebook e Twitter sono stati anche luogo di discussioni aspre e violente tra gli utenti, ormai comunemente etichettate come hate speech, termine di origine statunitense che indica un genere di parole e discorsi che non hanno altra funzione a parte quella di esprimere odio e intolleranza verso una persona o un gruppo.
Un discorso di odio online che, mai come in questi casi, non è lontano dai toni usati dai soggetti politici (si pensi ai tweet e alle dichiarazioni del segretario della Lega Nord Matteo Salvini) o dai talk messi in scena dall’infotainment televisivo di Barbara D’Urso, contro la quale si è schierato (ovviamente a mezzo Twitter) persino un parlamentare di centrodestra come Paolo Romani, scatenando un significativo cortocircuito tra dibattito politico, mediatico e social sui temi del terrorismo di matrice islamica.
In generale, sembra, ad una prima impressione, che la narrazione dei fatti di Parigi veicolata dal sistema comunicativo ibrido, in cui un tweet di un utente rimbalza in diretta televisiva, un programma televisivo viene impetuosamente discusso su Facebook (come spesso accade di recente) e la dichiarazione di un ex Ministro della Repubblica si perde tra le tante bandiere francesi veicolate dai social media, abbia certamente permesso, in una fase iniziale, una notevole dose di empatia e di coinvolgimento del pubblico anche meno attento alla politica internazionale.

A distanza di una settimana, però, emozioni e terrore non sono ancora stati sostituiti da comprensione e interpretazione delle delicate vicende in corso, e rimane, nell’arena (sempre meno) virtuale, una situazione di difficile convivenza tra folle polarizzate (interventisti vs pacificisti, estremisti delle frontiere chiuse vs multiculturalisti ad oltranza), le cui differenze sono rafforzate dai filtri dei social network, sempre ripiegati su criteri di omofilia e condivisione di notizie e opinioni di amici virtuali, in cui difficilmente trova spazio l’espressione di punti di vista critici o alternativi, o anche solo più concilianti e moderati, che vengono risucchiati, online come offline, dalla spirale del silenzio che avvolge sempre più la formazione dell’opinione pubblica.

mercoledì 18 novembre 2015

Deciders al Madre

Venerdì 20 novembre, ore 18:00
Presentazione del libro “Deciders. chi decide sulla Rete” di Francesco Marrazzo, in conversazione con Francesco Pinto e Claudio Velardi
Museo MADRE, via Settembrini 79, Napoli (Sala delle Colonne, primo piano)
Venerdì 20 novembre, alle ore 18:00, nella Sala delle Colonne del museo MADRE (primo piano), si terrà la presentazione del libro di Francesco Marrazzo, sociologo della comunicazione e dottore di ricerca e docente presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, “Deciders. Chi decide sulla rete” (Dante&Descartes, 2015). Il libro esplora il ruolo che i grandi attori economici del Web 2.0 (Google, Facebook, Twitter) rivestono nella sfera pubblica e nella regolamentazione di Internet. Dopo un saluto del direttore del MADRE, Andrea Viliani, parleranno con l'autore di questi temi – di assoluta rilevanza per tutti noi, ormai cittadini digitali – Francesco Pinto, direttore del Centro di Produzione RAI di Napoli e Claudio Velardi, esperto di comunicazione e fondatore di Reti, società di lobbying, media e public affairs.
Qui il comunicato stampa dell'evento.

martedì 10 novembre 2015

In canoa a novembre a Napoli, ovvero del native advertising.

Il video pubblicato sulla propria pagina Facebook dal napoletano Enrico Schettino, che dalla sua canoa immersa nel Golfo con vista su Vesuvio e Castel dell’Ovo ironizza sulla “città indecente” descritta da Massimo Giletti, invitandolo a fare un bagno nelle acque partenopee anche nel mese di novembre, ha raggiunto da poche ore le 100mila visualizzazioni.
Come spesso accade a contenuti virali su Facebook, originati da utenti o da attori mediali (vedi qui), il video del giovane imprenditore napoletano, noto per aver creato il franchising di cucina giapponese Giappo, attivo soprattutto a Napoli e provincia, ha scatenato molte polemiche e discussioni nell’arena virtuale. La sua popolarità è, fra l’altro, temporalmente coincisa con le dichiarazioni dell’artista biellese Michelangelo Pistoletto, che ha posto addirittura Napoli moralmente al di sopra della presunta capitale italiana Milano, perché qui non sarebbero state mai vandalizzate le sue opere, come invece è successo nel capoluogo lombardo.
Ovvio che la compresenza di discorsi di senso completamente opposto sulla stessa città dovrebbe far capire ad ognuno di noi che generalizzare sul capitale sociale di un popolo è esercizio complesso e pertanto da evitare, come ricorda in un recente articolo sul Mattino lo storico Isaia Sales, che, a mò di esempio, cita i cambiamenti avvenuti nella percezione collettiva della Polonia e dei suoi abitanti nel giro di pochi anni.
Né tantomeno sarebbe opportuno interpretare le dichiarazioni di Schettino, e il successo che le stesse hanno riscosso sul più popolare social network in Italia e nel Mondo, solamente come il solito disperato attaccamento dei napoletani alla propria terra, che si esplica in attacchi di sprezzante ironia nei confronti di chi osa pubblicamente condannarla.

Anche perché, probabilmente, dietro la diffusione virale del video, potrebbe nascondersi un’operazione di native advertising per promuovere i raffinati sushi bar di Giappo. Se uno degli obiettivi della nuova tecnica promozionale è quello di condurre il potenziale cliente nell’esperienza e nel contesto generato dal brand e dai prodotti che esso rappresenta, non c’è nulla di meglio che esaltare le bellezze naturali e il favor climatico di cui gode Napoli, per attrarre quel target giovane e cosmopolita che da sempre popola i locali di Giappo nel cuore della movida di Chiaia. Non resta che aspettare le evoluzioni della social reputation di Schettino per una conferma!

sabato 7 novembre 2015

L’occhio di Joker, la baby Gomorra e la necessità della digital literacy.

4 novembre 2015. Pasquale “Lino” Sibillo, giovanissimo boss della paranza dei bambini di Forcella, viene arrestato in Umbria, dov’era latitante. La polizia arriva a lui grazie ad un evidente tatuaggio sul braccio, che ritrae la maschera di Joker, in un ghigno che ricorda la magistrale interpretazione di Jack Nicholson nel Batman diretto da Tim Burton.
Proprio quella pellicola ha evidentemente suggerito, quasi dieci anni fa, ad Alberto Abruzzese, tra i più noti e discussi sociologi della comunicazione europei, il titolo per una collezione di saggi, intitolata appunto “L’Occhio di Joker”, in cui si ripercorrono trent’anni di ricerca sul rapporto tra cinema e modernità. In quel volume, in primo piano, fra i temi soliti della sua attività di studioso e ricercatore non comune (la relazione tra forme estetiche e società di massa, il rapporto dei media con la nascita della metropoli e l’evoluzione dell’industria, ecc.), Abruzzese si sofferma, proprio nelle prime pagine, sul tema della formazione (termine con cui ci si riferisce all’intera sfera dell’educazione, della socializzazione dell’individuo), che a suo parere si trova ormai definitivamente nelle mani non più della scuola, ma prima di tutto della televisione, di internet, delle forme che la pubblicità produce e esprime.
Prima di gridare al lupo per la proliferazione di immagini e personaggi criminali recentemente proposta sui multischermi dei giovani italiani (cinema, tv, pc, tablet, a seconda di formato e modalità di distribuzione del prodotto, e delle vie legali o illegali per fruirne), con serie quali Gomorra e Romanzo Criminale e film come Suburra (destinato a dar vita alla prima serie tv italiana Over-the-Top grazie al triplice accordo Cattleya-Rai-Netflix), occorre prendere come riferimento le maggiori evidenze della ricerca empirica su usi e consumi dei media, che, sin dalle pioneristiche ricerche su violenza televisiva e minori condotte dal gruppo di studiosi di George Gerbner (padre della nota cultivation theory), punta l’attenzione, in maniera più o meno sfumata, sulle precondizioni sociali e culturali di chi si espone ai messaggi mediatici. Precondizioni, che, evidentemente, nel caso dei giovanissimi boss che stanno rivoluzionando il panorama della criminalità organizzata di Napoli e provincia, contano più delle serie televisive di tendenza.

D’altro canto, però, non può sfuggire come, nell’era delle comunicazioni digitali e della società networked, lo sviluppo di competenze etiche e relazionali passi sempre più attraverso la dimensione dei social network e della digital life, che per gli adolescenti di oggi coesiste a pieno titolo con la vita reale, senza nessun bisogno di separazione netta tra le due sfere (come evidenziano ad esempio recenti ricerche su amore e amicizia tra i tweens americani pubblicate dal Pew Research Center). In tal senso, piuttosto che soffermarsi sulla presunta pericolosità di serie e personaggi mediatici, di cui la maggior parte dei giovanissimi emulano look (il taglio iper-sfumato di Salvo Esposito - Genny Savastano in Gomorra) e parlato (come dimostrato dai Jackal ne “Gli effetti di Gomorra sulla gente”), più che azioni criminali, sarebbe il caso che istituzioni, imprenditori, politici e agenzie formative tradizionali (scuola e università) inseriscano, tra le loro preoccupazioni, quella di intraprendere un serio percorso di educazione alla digital literacy – che secondo la studiosa Monica Murero è “la capacità di utilizzare con consapevolezza, disinvoltura e senso critico i media digitali conoscendone linguaggi, culture, opportunità, rischi per la privacy e sicurezza dei dati personali” –  per le nuove generazioni. A meno che, sorprendentemente, non se ne occupino gli editori di old media, come alcune recenti dichiarazioni dei nuovi vertici Rai sembrano far sperare!

PS del 9 novembre 2015.
Subito dopo il suo arresto, il giovane boss/Joker Lino Sibillo è stato taggato su Facebook in un selfie scattato insieme ad una parente nella caserma umbra. La solidarietà dimostrata sul social network da amici e parenti (con commenti quali "Comm' si foooort o Sibill'" oppure "O cuggì ti amo. Sempre a testa alta e con il sorriso") ci ricorda ancora una volta che più dell'occhio di Joker, nel combattere la cultura e i valori alla base dell'illegalità, può certamente il panopticon di Zuckerberg. Peccato che le "regole di ingaggio" siano completamente affidate all'arbitrarietà dei deciders rifugiati in quel campus di Menlo Park così lontano dalla Forcella sul cui ingresso è rimasto a sorvegliare solitario il meraviglioso San Gennaro operaio di Jorit Agoch.

sabato 31 ottobre 2015

Note a margine dell'invasione francese in Telecom.

Il finanziere francese Xavier Niel, proprietario di Le Monde, ma anche dei diritti di My Way di Frank Sinatra, e da sempre attivo nel mondo delle telecomunicazioni francesi, detiene da qualche giorno il 15% delle azioni dell’incumbent e operatore storico nazionale della telefonia italiana Telecom. Leggendo sui giornali i numerosi ritratti dell’ex Mr. Minitel e le dichiarazioni interlocutorie del Governo e di altri attori istituzionali, che tacciono o prendono tempo nonostante l’importanza di Telecom, proprietario della rete, per il piano di investimenti sulla banda larga e ultralarga necessario a riportare il Paese in linea con gli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea, nonché per la crescita del Paese e lo sviluppo del nuovo ecosistema produttivo 4.0, mi sono venute subito in mente due considerazioni sul sistema globale dei media e sul nostro sistema Paese.

Prima considerazione (che può sembrare una boutade provocatoria ma non lo è). Niel è stato uno dei primi ad aver intuito, sin dalle chat erotiche proposte sul Minitel francese alla fine degli anni ‘80, che il sesso poteva diventare un grande driver dello sviluppo delle reti sociali di comunicazione. Dopo la rivoluzione dell’68, negli anni 2000, la dimensione sessuale viene di nuovo prepotentemente alla ribalta, così come tutte le istanze soggettive basate sul corpo: riemerso nella sfera pubblica grazie alla tv commerciale, che antepone la dimensione corporea ai codici letterari tipici della nascita dell’opinione pubblica borghese, il corpo (dal punto di vista sessuale, genetico, politico) diventa il grande protagonista dell’era della comunicazione postumana, o meglio ultra-umana, in quanto caratterizzata da strumenti di comunicazione in grado di porsi come mera estensione dell’uomo. Il legame tra sesso e web 2.0, nuovo luogo (o meglio piattaforma) di elaborazione delle tante sfere pubbliche multisettoriali, diventa così sempre più consustanziale, tanto che Youtube viene universalmente considerato la più grande piattaforma di condivisione di video dopo Youporn (in grado quest’ultima, secondo il sociologo dei media Alberto Abruzzese, di riportare alla sua natura originaria l’esperienza umana, e anche per questo perfetta metafora della sempre più prossima resa dei conti tra conoscenza e persuasione nella civiltà occidentale).

Seconda considerazione. L’ingresso in Telecom da parte di Xavier Niel segue di pochi mesi l’acquisizione di un pacchetto di azioni pari al 20% della stessa azienda da parte del colosso internazionale dell’entertainment (tv, tlc, videogiochi, pubblicità) Vivendi del finanziere bretone Vincent Bollorè. L’investimento di imprenditoria e finanza francese nelle comunicazioni e nei media – in questo periodo il  terzo “moschiettere dei new media” Patrick Drahi fa shopping di aziende del settore direttamente negli USA – rappresenta un fatto assolutamente inedito per il nostro Paese, in cui storicamente manca la figura dell’editore puro (almeno a livello nazionale) con tutte le conseguenze nefaste sul pluralismo dell’informazione, tanto di quello esterno che di quello interno (come evidenza in alcuni suoi scritti l’economista Michele Polo), e in cui il settore delle telecomunicazioni, tranne casi illuminati ma sfortunati, è stato sempre visto solo come preda finanziaria da scalare o porta di ingresso per il salotto buono della finanza.

La comunicazione e i media non sono mai stati percepiti dai nostri imprenditori come un comparto unitario in cui investire, se non per attività di promozione e immagine (e forse non è un caso che l’unico editore nazionale puro, Urbano Cairo, patron di La7 e importanti periodici popolari, viene dal mondo della pubblicità) o con finalità sociali, utili al rafforzamento della brand equity delle più importanti aziende manifatturiere.


A fronte di ciò, non bisogna poi stupirsi che, per il posizionamento dei temi dei nuovi media, della cultura e dell’audiovisivo nell’agenda delle public policies nazionali e locali, così come per il sostegno pubblico (economico, diretto o indiretto) ai settori della comunicazione, l’Italia si trovi in grave ritardo rispetto ai principali competitors europei, a partire proprio dalla Francia di Drahi, Bollorè e Niel.

martedì 27 ottobre 2015

Immaginario concreto tra Napoli e Netflix

Domani sarò relatore all'evento organizzato dalla Sezione Editoria, Cultura e Spettacolo dell'Unione degli Industriali di Napoli dal titolo "Comunicazione & Business. L'immaginario concreto. Investire in comunicazione per la crescita aziendale" (qui il programma).
Il convegno sarà dedicato alle possibilità di crescita economica legate all'industria cinematografica, audiovisiva, culturale e multimediale in senso ampio. Il mio intervento, inserito nel panel sulla Televisione coordinato da Francesco Pinto (direttore CPTV RAI di Napoli), sarà dedicato al Netflix effect, ovvero al nuovo modello audiovisivo nel sistema Italia e alle possibilità di crescita per i territori (con particolare riferimento a quello napoletano) apportate dai nuovi soggetti dell'industria globale dell'immaginario concreto.
Qui potete trovare una breve nota sviluppata in vista del mio intervento.




giovedì 22 ottobre 2015

Netflix. Le prime impressioni di un osservatore

Oggi 22 ottobre 2015 è finalmente arrivato il big day: anche noi italiani possiamo usufruire del catalogo di Netflix!
Perchè Netflix, antesignano delle Over-the-Top TV e del modello SVOD (subscription video on domand), è un un catalogo, e non un canale televisivo, come qualcuno potrebbe pensare. Un catalogo con costi di abbonamento differenziati (a seconda di qualità e numero di devices tecnologici da cui accedere), e un rapporto elastico con l'utente-consumatore (primo mese gratis, poi decidi; puoi andar via senza penali quando vuoi).
Ma Netflix è soprattutto un algoritmo: per iniziare, tu utente selezioni da un elenco tre serie o film che ti piacciono e noi di Los Gatos (sede principale negli USA) ti diamo i primi suggerimenti su cosa ti piace! 
Da un punto di vista strettamente legato al sistema dei media, se il modello Netflix penetrerà nelle abitudini degli spettatori, saranno inevitabili le conseguenze sugli indici di ascolto (servono ancora il superpanel e il supermeter tv-centrico?), sull'organizzazione editoriale dei palinsesti generalisti e sugli investimenti pubblicitari (ha ancora senso proporre come slot da riempire di spot il prime time 20.30-22.30? si può iniziare a sperimentare il programmatic advertising anche per i fruitori di film e serie tv?).
Da un punto di vista di impatto sul sistema Paese, iniziano a meritare qualche approfondimento le prime reazioni di Antonello Giacomelli, sottosegretario alle Comunicazioni del Governo Renzi, e Gaetano Blandini, direttore generale SIAE.
Il primo ha dichiarato: "Chi scommette sul nostro paese è benvenuto: confidiamo che Netflix investa nella produzione italiana di film e fiction, come ha già iniziato a fare, e contribuisca a farla conoscere nel mondo".
Il secondo ha auspicato: "Mi auguro che l’avvento di Netflix in Italia potrà costituire un’ulteriore opportunità per valorizzare il lavoro degli autori e i loro diritti".
Promozione della (cultura della) legalità, valorizzazione del comparto audiovisivo nazionale, diffusione dell'immagine dell'Italia all'estero: questi i tre punti su cui tenere d'occhio l'effetto Netflix nei prossimi mesi!



giovedì 15 ottobre 2015

Il vero amore ai tempi di Facebook

Oltre le elucubrazioni giornalistiche e pseudofilosofiche sul tema dell'innamoramento ai tempi dei Facebook, la recente ricerca del Pew Research Center mette in luce la centralità dei social networks, ma anche la continua ibridazione e sovrapposizione tra dinamiche online e offline, in tutte le fasi dell'amore giovanile, dai primi flirt fino alla gestione del trauma della rottura, dal dating all'ufficializzazione del rapporto con amici e parenti, passando per tutti i momenti possibili di una love story adolescenziale. Con un mix di dati e citazioni dei giovani e giovanissimi intervistati nell'ambito della ricerca, e un riferimento, anche nella cifra stilistica e comunicativa, alle emojis più usate dagli adolescenti sui social media e sui sistemi di messaggistica istantanea, il Pew Research Center ci racconta così il "dating in the digital age":

http://www.pewinternet.org/online-romance/

martedì 13 ottobre 2015

Quale tweetpolitics per le elezioni comunali 2015

Le recenti schermaglie tra papabili candidati a sindaco di Napoli all’interno del Partito Democratico iniziano, prima che nelle urne di eventuali primarie, non attraverso comunicati stampa e interviste ai principali quotidiani locali, ma tramite Facebook e Twitter. E bisogna ammettere che la comunicazione dei contendenti, tutti over 60 e con un illustre passato nelle istituzioni, denota una notevole capacità di sfruttare al meglio alcune delle caratteristiche strutturali dei social media: la velocità e istantaneità del botta e risposta, la brevità del formato, e soprattutto la possibilità, tipica dei più assidui frequentatori dei salotti digitali, di fare ironia anche attraverso citazioni e riferimenti noti tra gli addetti al settore, mettendo in atto operazioni di reframing inedite per il contesto campano.
Se Graziella Pagano, commentando la notizia di una candidatura unitaria anti-primarie di Teresa Armato, cita, in maniera inequivocabilmente sarcastica, una certa sovra-rappresentazione del modello Ercolano, rappresentato dall’elezione di Ciro Buonajuto, Antonio Bassolino riprende, con tanto di hashtag, il noto “Enrico #staisereno” di renziana memoria, mentre la diretta interessata chiude il cerchio invitando tutti a digerire con quello stesso Malox, che Beppe Grillo aveva ingerito dopo la presunta sconfitta delle elezioni europee 2014, dandone pubblicità con una foto postata su Twitter. L’appassionato scambio di battute al vetriolo tra i tre protagonisti di vent’anni di politica napoletana conferma pertanto alcuni degli stilemi tipici della politica online, quali la diffusione di battute e giochi di parole sui temi al centro dell'agenda, e la capacità di generare un flusso ininterrotto di interazioni discorsive che coinvolge attori politici, giornalisti e militanti.

Nella nuova centralità assunta dalle piattaforme social, gioca però un ruolo importante la possibilità di interazione tra quanti appartengono alle tradizionali élite (politici e media) e i membri delle non élite (i comuni cittadini). Se recenti ricerche empiriche hanno dimostrato che, nella scelta di diventare follower dei soggetti politici, per gli elettori non conta più la volontà di sentirsi vicini ai membri di questa èlite, quanto la possibilità di essere aggiornati continuamente su fatti e notizie recenti, l’atteggiamento dei politici locali riattualizza, invece, come già dimostrato dalle performance di alcuni nella recente campagna elettorale regionale, i canoni già televisivi della personalizzazione e dell’ esibizione della propria intimità. Mentre la trasformazione delle pagine Facebook in una mera vetrina elettorale gratuita, spesso curata “in casa”, riproduce, in maniera mirata, piuttosto che per inesperienza, un modello broadcast, finalizzato alla self promotion, gli scontri tra futuri candidati tramite i social ripropongono nel nuovo contesto l’autoreferenzialità tipica dei dibattiti veicolati dagli old media.

Se la finalità strategica della presenza su Twitter da parte del politico locale diventa parlare ai suoi avversari, interni o esterni al partito, o al massimo ai giornalisti, che si adagiano su questa nuova dimensione della politica pop per fare notizia, difficilmente questa nuova espressione dei processi di ibridazione mediale si piegherà all’esigenza di realizzare pratiche discorsive efficaci con i cittadini, e tanto meno l’uso dei social media potrà diventare un utile strumento di mobilitazione dell’elettorato e di conversione dei potenziali astenuti, come hanno saputo fare negli ultimi anni i trionfatori delle elezioni presidenziali in USA e Francia Obama e Hollande.

lunedì 12 ottobre 2015

Le due Napoli su Facebook


Mentre il dibattito politico e giornalistico seguito alla morte di Genny Cesarano si concentra sulle frasi relative alla “camorra nel DNA napoletano” attribuite alla Presidente dell’Antimafia Rosy Bindi, in Rete impazza la discussione su un servizio giornalistico, andato in onda domenica scorsa sul TGLa7, che mette a confronto le voci degli abitanti della Sanità e del Vomero, intervistati su vivibilità e camorra nei rispettivi quartieri. Nell’evidenziare le differenze di costume e di civiltà tra il “napoletano di giù” e il vomerese, il contributo dell’inviata si chiude con le parole di una giovane studentessa, che, forse influenzata dai muri anti-migranti eretti nell’Ungheria di Orban, invita i suoi coetanei del Rione Traiano a studiare nel loro quartiere, così come lei ha fatto nel suo Vomero.
Sono stati immediati, difatti, la diffusione virale del video su Facebook e i relativi commenti, con i distinguo delle giovani vomeresi che hanno trovato persino l’amore giùNapoli, le esperienze delle trentenni di Soccavo e Pianura che, grazie ad una prossimità geografica esasperata dall’abusivismo edilizio, hanno potuto saggiare l’ambiente vomerese durante i loro studi superiori, i soliti silenzi delle lucky ladies e dei professionisti di Chiaia e Posillipo, le boutade digitali dei  creativi di Melito, nuovo epicentro nazionale della produzione di web series.

La serie di polemiche scatenate dal video diventa un caso di studio esemplare per comprendere come funziona il dibattito pubblico sul più noto fra i social networks. Accade infatti sempre più spesso che un contenuto prodotto nell’ambito del medium televisivo, estrapolato a prescindere dal suo contesto e dal suo palinsesto di riferimento, trovi nuova vita grazie alla condivisione sui nostri diari, distaccandosi dal flusso televisivo in cui era stato imprigionato ai tempi di Raymond Williams, nei lontani anni ’70, e diventando, secondo la definizione dello studioso di “cultura convergente” Henry Jenkins, spreadable, in grado ovvero di “spalmarsi” su altri dispositivi mediali (smartphone, tablet), e da lì su servizi e piattaforme applicative per le comunicazioni interpersonali. I relativi commenti generano dibattiti che ricadono spesso nell’hate speech, ovvero in quel tipo di discorso, carico di rabbia e frustrazione, che incita all’odio nei confronti di categorie “altre”, e che non produce alcun arricchimento della sfera pubblica, sempre più dominata da folle polarizzate (come i ricercatori del Pew Research Center hanno definito i gruppi di simpatizzanti politici che si confrontano sui social networks), e da singoli individui, spinti a non esporre troppo, online come offline, le loro opinioni su fatti sociali e politici, tanto da far rispolverare a molti studiosi la teoria della spirale del silenzio, immagine dietro cui si cela un’inquietante concezione “integrativa” dell’opinione pubblica, elaborata in Germania ai tempi del muro di Berlino.

Non manca ovviamente una giusta dose di ironia che, come sottolinea la sociologa Sara Bentivegna, caratterizza sempre più il discorso pubblico online, con il Royal Baby George, già protagonista della fortunata pagina Facebook “Baby George vi disprezza”, che ricorda a tutti di essere nato proprio al Vomero!


Se l’ironia rimane una benefica ancora di salvezza, non si può non concludere che una Rete che divide e contribuisce a riprodurre le enclosures del latifondismo inglese, recinti non più di terreni, ma di idee e opinioni destinate a non confrontarsi mai, è quella meno adatta ad affrontare le profonde sfide umane e sociali di un Mezzogiorno alle prese con l’arrivo dei migranti e lo spreco e la fuga dei suoi migliori cervelli (rispettivamente brain waste e brain drain): anche su questo dovranno concentrarsi le azioni (magari sinergiche) dei governi nazionali e locali, delle istituzioni culturali e scolastiche che da essi dipendono, e delle formazioni sociali (partiti, associazioni, comunità professionali) da cui i nativi digitali sempre più rifuggono.

L'articolo è stato pubblicato con il titolo "I dibattiti da evitare sulla rete" sul Corriere del Mezzogiorno - edizione del 22 settembre 2015.