Giorgia Meloni annuncia di
aspettare un bambino (fuori dal matrimonio) in diretta televisiva nel Circo
Massimo teatro di un Family Day che voleva mettere a dura prova il dibattito
sulle unioni civili al Senato, e, dopo i primi commenti, e le prime schermaglie,
ironiche e lievi, arrivano, inevitabili ormai sul web, insulti ed offese
pesanti e irripetibili.
Nuovamente si parla di hate speech online, si citano gli idioti
lasciati liberi di pascolare nel Web 2.0 (più o meno così si è espresso alcuni
anni fa Umberto Eco), si invoca l’ennesimo attentato mediatico al corpo delle
donne.
In realtà non deve sfuggire che la
Meloni è attualmente leader di un partito (Fratelli d’Italia), impegnato nella
difficile e fragile ricostruzione di un centrodestra sempre più a trazione leghista,
ed è impossibile, pertanto, non leggere nelle parole e nelle frasi di chi la
offende un’evidente degenerazione del rapporto tra dibattito politico e social
network. In tal senso, gli episodi di hate
speech (letteralmente: discorso dell’odio, in pratica offese ripetute su un
personaggio o su gruppo sociale, culturale, religioso, politico specifico) a
mezzo Facebook e Twitter non sono casi isolati, sfoghi di utenti pazzi o
profili anonimi, ma tipiche modalità di affrontare un dibattito (che non è
tale, in quanto per nulla dialogico e discorsivo, giammai costruttivo) tra
sfere politiche controversiali fieramente contrapposte, folle polarizzate
aizzate da novelli Masanielli influencer
digitali.
Nel contesto determinato dai temi
all’ordine del giorno in queste settimane sui social network (in cui ci si
divide in maniera netta e decisa tra fautori e contrari al ddl Cirinnà, tra chi
sa pronunciare stepchild adoption e
chi neppure sa cos’è), inoltre, troppo spesso temi personali delicati e di
natura altamente sensibile (come solo una gravidanza al terzo mese può essere)
vengono affrontati in maniera superficiale, dando adito ad una pubblicizzazione
grottesca ed eccessiva della sfera privata di ognuno di noi, che si trasforma
facilmente in vetrinizzazione ed esibizione dei propri sentimenti.
Le foto delle famiglie
orgogliosamente numerose al Family Day, o i baci provocatori di coppie gay sotto
il Pirellone, unite alle minacce fisiche e verbali che sempre più si leggono
negli scontri politici, in teoria solo dialettici, sulle piattaforme digitali,
ci ricordano probabilmente che la chiusura in sé stessi e nelle proprie posizioni
(di cui la NewsFeed di Facebook è un po’ responsabile, laddove propone solo
contenuti e idee a noi affini) ha fatto dimenticare a molti utenti digitali,
anche ai più tecno-ottimisti, la differenza tra ciò che è socialmente
accettabile o ciò che non lo è nella vita reale.
Se Giorgia Meloni, in questo
caso, non può far altro che astenersi dalla frequentazione dei social, e
Facebook, citando le sue content policies
– che ormai governano la libertà di espressione in Rete molto più delle
decisioni di Commissione Europea, Parlamento, magistratura ed autorità di
settore messe insieme – , assolve i gruppi e i profili dove si possono ancora
leggere molte delle offese all’ex Ministro, al momento l’unico modo di
affrontare e sfidare l’hate speech online
(o meglio, la democratizzazione dell’accesso all’hate speech consentita dai web 2.0) è parlarne, per capirlo,
decostruirlo, decifrarlo e, ove possibile, evitarlo.
Ma accanto ad attente e
necessarie azioni e percorsi di alfabetizzazione, che aiutino i cittadini digitali
a decriptare i messaggi e orientarsi con senso critico nella giungla
informativa del web 2.0, ovvero ad acquisire la literacy che permetta loro di navigare in maniera matura e
consapevole, occorrerà anche inserire qualche lezione o qualche appunto sull’educazione
all’altro da sé, affinché non si
avverino, nel mondo apparentemente progredito e globale, in realtà sempre più
balcanizzato, del 2016, le profezie che, periodicamente, hanno attraverso la
filosofia moderna, dall’homo homini lupus
di hobbesiana memoria all’inferno
sono gli altri di Jean-Paul Sartre.