martedì 2 febbraio 2016

Non permettiamo che l’inferno siano gli altri. Riflessioni su unioni civili, Family Day ed hate speech online

Giorgia Meloni annuncia di aspettare un bambino (fuori dal matrimonio) in diretta televisiva nel Circo Massimo teatro di un Family Day che voleva mettere a dura prova il dibattito sulle unioni civili al Senato, e, dopo i primi commenti, e le prime schermaglie, ironiche e lievi, arrivano, inevitabili ormai sul web, insulti ed offese pesanti e irripetibili.
Nuovamente si parla di hate speech online, si citano gli idioti lasciati liberi di pascolare nel Web 2.0 (più o meno così si è espresso alcuni anni fa Umberto Eco), si invoca l’ennesimo attentato mediatico al corpo delle donne.
In realtà non deve sfuggire che la Meloni è attualmente leader di un partito (Fratelli d’Italia), impegnato nella difficile e fragile ricostruzione di un centrodestra sempre più a trazione leghista, ed è impossibile, pertanto, non leggere nelle parole e nelle frasi di chi la offende un’evidente degenerazione del rapporto tra dibattito politico e social network. In tal senso, gli episodi di hate speech (letteralmente: discorso dell’odio, in pratica offese ripetute su un personaggio o su gruppo sociale, culturale, religioso, politico specifico) a mezzo Facebook e Twitter non sono casi isolati, sfoghi di utenti pazzi o profili anonimi, ma tipiche modalità di affrontare un dibattito (che non è tale, in quanto per nulla dialogico e discorsivo, giammai costruttivo) tra sfere politiche controversiali fieramente contrapposte, folle polarizzate aizzate da novelli Masanielli influencer digitali.
Nel contesto determinato dai temi all’ordine del giorno in queste settimane sui social network (in cui ci si divide in maniera netta e decisa tra fautori e contrari al ddl Cirinnà, tra chi sa pronunciare stepchild adoption e chi neppure sa cos’è), inoltre, troppo spesso temi personali delicati e di natura altamente sensibile (come solo una gravidanza al terzo mese può essere) vengono affrontati in maniera superficiale, dando adito ad una pubblicizzazione grottesca ed eccessiva della sfera privata di ognuno di noi, che si trasforma facilmente in vetrinizzazione ed esibizione dei propri sentimenti.
Le foto delle famiglie orgogliosamente numerose al Family Day, o i baci provocatori di coppie gay sotto il Pirellone, unite alle minacce fisiche e verbali che sempre più si leggono negli scontri politici, in teoria solo dialettici, sulle piattaforme digitali, ci ricordano probabilmente che la chiusura in sé stessi e nelle proprie posizioni (di cui la NewsFeed di Facebook è un po’ responsabile, laddove propone solo contenuti e idee a noi affini) ha fatto dimenticare a molti utenti digitali, anche ai più tecno-ottimisti, la differenza tra ciò che è socialmente accettabile o ciò che non lo è nella vita reale.
Se Giorgia Meloni, in questo caso, non può far altro che astenersi dalla frequentazione dei social, e Facebook, citando le sue content policies – che ormai governano la libertà di espressione in Rete molto più delle decisioni di Commissione Europea, Parlamento, magistratura ed autorità di settore messe insieme – , assolve i gruppi e i profili dove si possono ancora leggere molte delle offese all’ex Ministro, al momento l’unico modo di affrontare e sfidare l’hate speech online (o meglio, la democratizzazione dell’accesso all’hate speech consentita dai web 2.0) è parlarne, per capirlo, decostruirlo, decifrarlo e, ove possibile, evitarlo.

Ma accanto ad attente e necessarie azioni e percorsi di alfabetizzazione, che aiutino i cittadini digitali a decriptare i messaggi e orientarsi con senso critico nella giungla informativa del web 2.0, ovvero ad acquisire la literacy che permetta loro di navigare in maniera matura e consapevole, occorrerà anche inserire qualche lezione o qualche appunto sull’educazione all’altro da sé, affinché non si avverino, nel mondo apparentemente progredito e globale, in realtà sempre più balcanizzato, del 2016, le profezie che, periodicamente, hanno attraverso la filosofia moderna, dall’homo homini lupus di hobbesiana memoria all’inferno sono gli altri di Jean-Paul Sartre.